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Autore
Julio Savi
Titolo
Che cosa sono gli studi bahá’í?

Un buon punto di partenza per incominciare a capire che cosa sono gli studi bahá’í è la seguente dichiarazione scritta a nome di Shoghi Effendi nel 1943:
La Causa abbisogna di un maggior numero di studiosi bahá’í, che non solo le siano devoti, abbiano fede in essa e siano bramosi di parlarne ad altri, ma abbiano altresì una profonda conoscenza degli insegnamenti e del loro significato e siano in grado di mettere in correlazione le sue dottrine con gli attuali pensieri e problemi dei popoli del mondo.

Questa dichiarazione descrive cinque requisiti degli studiosi bahá’í:
aver fede nella Causa,
essere devoti alla Causa,
avere il desiderio di parlare della Causa ad altri,
avere una profonda conoscenza degli insegnamenti e del loro significato,
essere in grado di mettere in correlazione le dottrine della Causa con gli attuali pensieri e problemi dei popoli del mondo.

Aver fede nella Causa

Questo primo requisito sembra abbastanza strano per una mentalità occidentale. Shoghi Effendi mi dice che se voglio diventare uno studioso bahá’í per prima cosa devo prima credere nella Fede bahá’í. É esattamente l’opposto di quello che gli studiosi occidentali sostengono per chi voglia affrontare i cosiddetti studi religiosi. Essi infatti «sostengono il punto di vista dell’agnosticismo metodologico». Dicono anche che «sia antiscientifico credere in Dio». La Casa Universale di Giustizia spiega: «Indubbiamente il fatto che gli studiosi bahá’í… credano nella Fede che studiano sarà una grave pecca agli occhi di molti accademici non bahá’í, il cui materialismo dogmatico passa inosservato perché è di moda, ma questa è una difficoltà che gli studiosi bahá’í condividono con i loro compagni di fede anche in altri campi dell’impegno umano». E proprio questo è il punto. Prendendo a prestito le parole di un poliedrico studioso bahá’í, Moojan Momen: «il pensiero non si trova mai in un vuoto ideologico. Tutti i pensieri e le attività dell’uomo si fondano sui valori. È impossibile incominciare a riflettere su un tema senza un punto di partenza e una certa direzione da seguire nel processo ideativo». Pertanto, come aspirante studioso bahá’í, devo prendere una decisione: voglio studiare la Fede bahá’í partendo dalla concezione materialistica della natura della realtà che predomina oggi nel mondo occidentale oppure voglio farlo partendo dalla concezione spirituale della natura della realtà insegnata dalla Fede bahá’í? Shoghi Effendi mi dice che se voglio essere uno studioso bahá’í devo accettare anche la concezione spirituale della natura della realtà insegnata dalla Fede bahá’í. Altrimenti diventerò uno studioso occidentale della Fede.
Le ragioni per cui Shoghi Effendi ha posto come primo requisito per essere uno studioso bahá’í quello di credere nella Fede bahá’í possono essere molte. A mio avviso, la più importante è l’onestà intellettuale. Se sono bahá’í, come posso decidere in piena onestà di scrivere della mia religione come se la studiassi «da un punto di vista umanistico o materialista», che non accetto, che spero possa presto diventare obsoleto, perché ne vedo i dolorosi risultati in me stesso e nella società? Come posso onestamente pensare per esempio che l’«oggettività accademica» mi imponga di non dare «alcuna rilevanza alle forze spirituali» che in quanto bahá’í io ritengo essere alle «fondamenta» di ogni religione? Come posso onestamente pensare che la religione sia «unicamente il prodotto dell’umana aspirazione alla verità» e non «il frutto della Parola creativa di Dio che trasforma col suo potere divino i pensieri e le azioni degli uomini»? Come la Casa Universale di Giustizia ha spiegato: «nella ricerca scientifica, quando cerca i fatti relativi a un tema, ovviamente un bahá’í deve avere la mente aperta, ma quando interpreta i fatti e valuta le prove, non vediamo in base a quale logica possa ignorare la verità della Rivelazione bahá’í che ha già accettato. Farlo, pensiamo, sarebbe ipocrita e poco dotto».
Un’altra possibile ragione per cui Shoghi Effendi ha posto come primo requisito di uno studioso bahá’í quello di credere nella Causa è che, se ho riconosciuto in Bahá’u’lláh la Manifestazione di Dio per questa era, credo nel fatto che le Sue parole possano «effettuare una trasformazione nell’intero carattere dell’umanità, trasformazione che si manifesterà sia esteriormente sia interiormente, e che avrà influenza sia nella vita interiore sia nelle condizioni esterne». E perciò vorrò che i miei studi servano a promuovere questa trasformazione. Pertanto sarò disposto ad anteporre al mio «debole e insensato cervello (‘aql)» il suo «intelletto (‘aql) divino, universale», perché avrò ben capito le parole di Saná’í citate da Bahá’u’lláh nelle Quattro Valli:
Come può una mente (‘aql) parziale abbracciare il Corano?
Come può un ragno catturar la Fenice?
Se vuoi che l’intelletto (‘aql) non ti prenda in trappola
prendilo per l’orecchio e portalo alla scuola del Misericordioso!

Essere devoti alla Causa

Veniamo così al secondo requisito per essere uno studioso bahá’í indicato da Shoghi Effendi. Se voglio essere uno studioso bahá’í, non basta che io creda nella Causa, devo anche esserle devoto. E infatti solo se le sarò devoto sarò disposto a superare quelle «prove mentali» che, come Shoghi Effendi scrisse nella sua prima lettera ai credenti occidentali dopo la morte del Maestro, ‘Abdu’l-Bahá mi manderà per purificarmi e rendermi più brillante di prima. E la Casa Universale di Giustizia ha messo in guardia gli studiosi bahá’í contro queste prove, definendole nel loro caso «le tentazioni dell’orgoglio spirituale», che in passato hanno reso antichi dotti «assai [troppo] ansiosi di circoscrivere il Messaggio divino entro la cornice della loro limitata comprensione, di definire dottrine là dove la capacità di definizione era oltre le loro possibilità, di spiegare misteri che solo la saggezza e l’esperienza di epoche posteriori avrebbe reso comprensibili, di sostenere che qualcosa fosse vero unicamente perché appariva necessario e utile che lo fosse». Sarò pronto ad accettare che questi veli siano «bruciati dal fuoco dell’amore», perché avendo aspirato «dal Messaggero dell’Unità la fragranza del perduto Giuseppe» sarò entrato nella Valle dell’amore.
Anche questo requisito contraddice l’idea occidentale di studioso: «emozione e intuizione non fanno parte di una prova – cioè… una prova deve rigorosamente escludere ogni traccia di intuizione, fede, sentimento, deve fondarsi soltanto sui fatti oggettivi». Anche questa è una sfida per gli studiosi bahá’í. La Casa Universale di Giustizia li avverte:
La separazione fra scienza e religione non è che un esempio della tendenza della mente umana (che ha necessariamente capacità limitate) di concentrarsi su una virtù, su un aspetto della verità, su una meta, ad esclusione di altre. Nei casi estremi ciò porta al fanatismo e a una completa distorsione della verità e in ogni caso allo squilibrio e all’inesattezza. Uno studioso che abbia ben capito i grandi insegnamenti della Fede ricorderà sempre che i suoi studi non lo esimono dai doveri e dagli scopi primari per cui tutti gli esseri umani sono stati creati. Tutti gli uomini, e non solo gli studiosi, sono invitati a cercare e sostenere la verità, per quanto scomodo ciò possa essere. Ma essi sono anche invitati a esprimersi con saggezza, a essere tolleranti nei confronti delle opinioni altrui, a comportarsi e a parlare in modo cortese, a non spargere i semi del dubbio nel cuore dei fedeli, a non guardare al male, ma al bene, a evitare contese e conflitti, a essere reverenti, a essere fedeli al Patto di Dio, a promuovere la Sua Fede e a proteggere il suo onore e a educare i loro simili, dando latte agli infanti e carne ai più forti.
Se sono veramente devoto alla Causa, saprò trovare il mio equilibrio ed evitare le due trappole descritte da ‘Abdu’l-Bahá, quando disse: «Non è possibile volare con un’ala sola. L’uomo che cercasse di volare sull’ala della religione soltanto precipiterebbe nel pantano della superstizione e d’altronde neppure sulla sola ala della scienza potrebbe egli progredire, ma cadrebbe nella desolante palude del materialismo». In altre parole imparerò a evitare la «desolante palude del materialismo» evitando di seguire ciecamente le orme dei moderni studiosi umanisti, ma nello stesso tempo farò un buon uso della mia capacità di comprensione e farò il massimo sforzo per evitare di diventare superstizioso e fanatico nella mia fede.

Avere il desiderio di parlare della Causa ad altri

Questo requisito è molto importante, perché mi fornisce un’ottima motivazione per affrontare la fatica degli studi bahá’í: diffondere il messaggio bahá’í. È una motivazione altruistica, fondata sull’amore di Dio, della Sua Manifestazione e del genere umano. Bahá’u’lláh spiega molto chiaramente che
la sapienza è di due specie: divina e satanica. L’una sgorga dalla fonte dell’ispirazione divina; l’altra non è che un riflesso di pensieri vani e oscuri. Sorgente della prima è Dio; forza motrice della seconda è il soffio del desiderio egoistico (vasávis nafsání, lett.: tentazioni dei sensi). L’una è guidata dal principio «Abbiate timor di Dio; Dio vi istruirà» [Corano II, 282]; l’altra è una conferma della verità: «Il sapere è il velo più pernicioso fra l’uomo e il suo Creatore (al-‘ilm hijáb al-akbar, lett.: il sapere è il velo più grande)» [tradizionale detto sufi]. La prima reca frutti di pazienza, desiderio ardente, vera comprensione e amore; mentre l’altra non produce che arroganza, vanagloria e presunzione. Nei detti di quei Maestri della santa parola che hanno spiegato il significato della vera sapienza, non s’avverte traccia di queste oscure dottrine che hanno ottenebrato il mondo. L’albero di tali insegnamenti non può dare altro risultato che iniquità e ribellione e non produce altro frutto che odio e invidia. Il suo frutto è veleno mortale e la sua ombra fuoco divoratore. Quanto bene fu detto: «Aggràppati al manto del Desìo del tuo cuore e tralascia ogni vergogna; congedati dai saggi del mondo, per quanto grande sia il loro nome» [Ibn al-Fári?, m. 1198].
È una grande protezione per gli studiosi bahá’í e per la Causa. Non possiamo dimenticare gli amari frutti degli studi di antichi studiosi delle religioni. La purezza della religione di Dio è stata inquinato dalle loro errate interpretazioni dei significati delle parole divine. E così una fede luminosa è stata oscurata da umane superstizioni. Il «soffio del desiderio egoistico» spinse quegli antichi studiosi a promuovere i propri interessi e non quelli del prossimo. La Fede non lascia spazio a questo tipo di studi. Siamo fortunati. Bahá’u’lláh ci ha protetti da questi errori.
‘Abdu’l-Bahá scrive che l’umanità «è entrata nella fase da lungo tempo profetizzata della maturità». E Shoghi Effendi spiega che «la Rivelazione affidata dall’Onnipotente Ordinatore a Bahá’u’lláh… è stata arricchita di potenzialità adeguate alla maturità della razza umana, lo stadio finale e più importante nell’evoluzione da essa compiuta dall’infanzia alla maggiore età». Il primo risultato di questa maturità è «l’unificazione dell’intera umanità… il contrassegno dello stadio che la società umana sta ora per raggiungere». Ma vi sono anche altri importanti risultati. In primo luogo, per la prima volta nella storia umana l’uomo ha Scritture sicuramente autentiche. L’autenticità delle Scritture bahá’í è scientifica. Siamo assolutamente certi che quelle parole sono state rivelate dalla Manifestazione di Dio. E non accettiamo come Scritture scritti sulla cui autenticità scientifica abbiamo dubbi. In secondo luogo, per la prima volta nella storia una Manifestazione di Dio ha lasciato un successore incontestabile, una persona che Egli ha nominato Centro del Suo Patto con i Suoi seguaci, «Esempio perfetto dei Suoi insegnamenti… infallibile Interprete della Sua Parola». E ‘Abdu’l-Bahá a Sua volta ha nominato un Suo successore «il Custode della Causa di Dio», del quale ha scritto che è «l’interprete delle parole di Dio… sotto la tutela e la protezione della Bellezza di Abhá, al riparo e sotto la guida infallibile dell’eccelso». Bahá’u’lláh, ‘Abdu’l-Bahá e Shoghi Effendi hanno assicurato che la Casa Universale di Giustizia guiderà infallibilmente la comunità bahá’í verso l’adempimento dei suoi alti destini. E infine Bahá’u’lláh ha chiaramente affermato che nessuna interpretazione personale dei Suoi Scritti è autorevole. «Chi interpreta ciò che è stato inviato dal Cielo della Rivelazione e ne altera l’evidente significato, quegli, in verità, è tra coloro che hanno travisato la Sublime Parola di Dio e nel Limpido Libro è tra i perduti». E così Bahá’u’lláh ha definito la nostra era «“il Giorno che non sarà seguito dalla notte”». Su queste solide basi i bahá’í si possono sentire liberi di procedere nella loro «ricerca indipendente della verità», che è il primo principio bahá’í, «perché la cieca imitazione del passato arresta lo sviluppo della mente». E questo è il punto di partenza di tutti gli studi bahá’í, che a mio avviso sono una componente indispensabile della vita bahá’í. Bahá’u’lláh scrive: «Immergetevi nell’oceano delle Mie parole per districarne i segreti e scoprire le perle di saggezza celate nelle sue profondità». Qui incominciano gli studi bahá’í.
Ma per quanto importante e benaccetto questo requisito sia ai miei occhi, non posso dimenticare che anch’esso sembra contraddire l’idea occidentale di studioso. Nel mondo occidentale uno studioso bahá’í dedito alla promozione del messaggio bahá’í può sembrare un attivista ideologico. Ma uno studio degli scritti bahá’í su questo tema mi potrà chiarire le idee in merito. Dalle Scritture bahá’í sembra di capire che l’insegnamento della propria religione non è paragonabile all’indottrinamento promosso da un’ideologia che vuole conquistare il mondo. Esso è piuttosto un impegno a promuovere la spiritualità, ossia ad «aiutare il mondo dell’umanità ad acquisire gioia e fragranza spirituali», guidandolo «verso l’istruzione divina, verso consigli e insegnamenti celestiali», senza «credersi in nulla superiore». Questo reciproco incoraggiamento alla spiritualità, intesa come capacità di esprimere le virtù divine nei sentimenti, nelle parole e nelle azioni, dovrebbe essere la base di tutte le relazioni umane. ‘Abdu’l-Bahá disse a un piccolo gruppo di credenti: «Si deve sempre stare con persone dalle quali si possa ricevere luce o alle quali si possa darla. Si devono dare istruzioni o riceverne. Altrimenti, stare con gli altri senza queste due intenzioni significa sprecare il tempo e in questo modo non si guadagna nulla né si fa guadagnare nulla agli altri».
In sintesi, insegnare la propria fede non significa indottrinare gli altri, ma trarre reciproco incoraggiamento nel perseguimento della spiritualità, soprattutto nell’adozione di un comportamento all’altezza dei principi spirituali della propria fede. Dedicare i propri studi a questo alto scopo non potrà certo diminuirne la scientificità.

Avere una profonda conoscenza degli Insegnamenti e del loro significato

Come potrò conseguire una profonda conoscenza degli Insegnamenti e del loro significato? Ovviamente devo studiare le Scritture. Innanzi tutto devo riflettere sul loro significato. Esse sono la trascrizione delle parole dell’«Astro del sapere», il «benamato di tutti i mondi». Sono la cosa più preziosa che ho nella mia vita. Sono la sorgente del mio benessere. Sono le «vive acque della parola del Misericordiosissimo», che possono mondare e purificare il mio cuore da ogni sapere acquisito che non sia conforme a quella parola. È vero, le devo studiare «nello spirito della libera ricerca, non in quello della tradizione»: Questo non significa, però, che io ne debba sfidare l’autorità divina, ma solo che io sfidi le autorità umane. Nel mio caso specifico di persona nata e cresciuta nell’atmosfera materialistica del mondo occidentale, significa che io non pesi «il Libro di Dio con le misure e le scienze in uso fra… [gli uomini], poiché il Libro stesso è l’infallibile Bilancia istituita fra gli uomini». Se voglio essere uno studioso bahá’í devo accettare il fatto che «l’intera teoria della Rivelazione divina si basa sull’infallibilità del Profeta… Se il Profeta non è infallibile, non è divino e perde così quel fondamentale legame con Dio che… è il vincolo che educa gli uomini e produce il progresso umano». Altrimenti non sarò uno studioso bahá’í, ma uno studioso occidentale.
Ma se accetterò di espormi alle Sue Parole, vedrò in me stesso straordinari risultati, perché, come scrisse il Báb, « Non v’è per l’uomo paradiso più meraviglioso che trovarsi esposto alla Manifestazione di Dio nel Suo Giorno, ascoltare i Suoi versetti e in essi credere, pervenire al Suo cospetto, che è la presenza di Dio, veleggiare sul mare dell’empireo regno del Suo compiacimento e gustare i frutti prelibati del paradiso della Sua Unicità divina». In questo modo acquisirò una conoscenza speciale. Si tratta di una conoscenza esperienziale della realtà spirituale delle cose che pertanto può essere definita conoscenza spirituale o interiore o gnosi (‘irfán). Bahá’u’lláh la descrive nella cosiddetta «tavola del vero ricercatore», nelle valli della gnosi e dell’unità delle Sette Valli e nella seconda e nella quarta delle Quattro Valli, nonché in molti passi del Javáhiru’l-Asrár.
Questa conoscenza spirituale o interiore implica quattro fondamentali acquisizioni. Primo, implica una sempre più profonda consapevolezza del fatto che «tutte le cose sono coinvolte in tutte le cose (kullu shay dar kullu shay ast, lett.: ogni cosa si trova in ogni cosa)» e che «i fenomeni dell’universo trovano realizzazione per opera di un’unica forza che anima e domina tutte le cose e tutte le cose sono manifestazioni della sua energia e munificenza». Una crescente consapevolezza di questa «unità intrinseca di tutti i fenomeni (va?dat-i-ká’inát, lett.: unità degli esseri)» è un elemento essenziale del viaggio spirituale di ciascun essere umano. E infatti Bahá’u’lláh la include fra gli elementi fondamentali del viaggio spirituale da Lui descritto nelle Sette Valli. È un traguardo da perseguire tanto interiormente (ricerca, studi, preghiera, meditazione), quanto esteriormente (lavoro, vita comunitaria, servizio amministrativo). Secondo, la conoscenza esperienziale conferisce una maggiore consapevolezza dell’effimerità dell’io di fronte a Dio, una condizione che Bahá’u’lláh descrive nella valle della povertà vera e del radicale annientamento. terzo, questa conoscenza comporta anche la consapevolezza che «tutti Profeti e i Messaggeri di Dio . . . [sono] come un’anima sola e un solo corpo, una sola luce e un solo spirito». La consapevolezza di questo concetto è importantissima, perché è il requisito necessario per l’eliminazione degli attuali conflitti fra le religioni, la ragione per cui moltissimi occidentali non credono che le religioni possano rimediare agli attuali problemi dell’umanità. Quarto, questa conoscenza comporta un’intima necessità di agire secondo i principi della «filosofia divina», che sono il nocciolo della moralità.
Inoltre, mentre questa conoscenza incomincia a illuminare il mio cuore, ottengo anche una crescente capacità di manifestare amore spirituale verso tutto il creato e di produrre frutti di armonia, amore, unità e pace, una capacità così importante che la spiritualità è stata anche definita «amore in zione». È il «progresso spirituale» del quale ‘Abdu’l-Bahá dice: «Il progresso spirituale avviene grazie ai soffi dello Spirito Santo ed è il risveglio dell’anima consapevole dell’uomo alla percezione della realtà della Divinità».
Penso dunque che quando Shoghi Effendi afferma che se voglio essere uno studioso bahá’í devo acquisire «una profonda conoscenza degli insegnamenti e del loro significato», non intenda solo dirmi che devo avere una profonda conoscenza intellettuale degli Insegnamenti, ma anche che devo cercare di acquisire questa conoscenza interiore, tanto importante nei suoi risvolti pratici. Essere in grado di mettere in correlazione le dottrine della Causa con gli attuali pensieri e problemi dei popoli del mondo
Conseguire una buona comprensione delle Scritture bahá’í è un passo importantissimo. Ma non è sufficiente. Le Scritture sono state rivelate agli esseri umani per «effettuare una trasformazione nell’intero carattere dell’umanità, trasformazione che si manifesterà sia esteriormente sia interiormente, e che avrà influenza sia nella vita interiore sia nelle condizioni esterne». Arriviamo dunque a un aspetto importantissimo degli studi bahá’í: scoprire in quale modo gli Insegnamenti bahá’í sono importanti per gli attuali problemi dei popoli del mondo. Questo significa che devo allargare gli orizzonti dei miei studi. Non devo leggere e studiare soltanto le Scritture bahá’í o gli scritti degli studiosi bahá’í. Devo anche costruirmi «una solida base di istruzione scientifica e letteraria», «compiere dettagliate ricerche nei vari rami del sapere contemporaneo- scienze ed arti – e . . . concentrare la … [mia] attenzione sul servizio agli interessi generali della gente», «essere all’avanguardia nelle professioni, nei commerci, nelle arti e nell’artigianato che sono necessari per l’ulteriore progresso dell’umanità», in modo da poter «assicurare che lo spirito della Causa getti la sua luce su tutte queste importanti aree dell’umano impegno … [e] garantire che siano trasmesse al futuro quelle competenze che preserveranno le meravigliose, indispensabili conquiste del passato». E cosi mi si apre davanti l’intero spettro del sapere umano, perché quello che Shoghi Effendi mi chiede di fare è che io studi «di più, non di meno. Maggior conoscenza generale, scientifica o d’altro tipo… [io possiedo], meglio è»» Alessandro Bausani (1921-1988), che è stato fra i primi studiosi bahá’í occidentali, scriveva negli anni cinquanta:
É importante . . . che il Bahá’í . . . oltre a studiare come prima cosa gli scritti della Fede, si approfondisca parallelamente in qualche altra disciplina umana, di sua scelta . . . Lo studio delle sole discipline umane senza alcuna cura degli Scritti Sacri è sterile, ma anche una concentrazione unicamente sugli Scritti Sacri, ignorandone ogni risonanza nel mondo moderno è statica. Il primo principio Bahá’í, quello della ricerca della Verità che apparentemente sembra esaurito con il ritrovamento della Fede, in realtà provvidenzialmente continua nella ricerca di come la Verità religiosa . . . trova rispondenza concreta nella situazione scientifica, culturale, politica, sociale del mondo d’oggi. Questa «ricerca» è sempre aperta.
Non c’è campo dell’impegno umano che non sia di grande interesse per un aspirante studioso bahá’í. A questo proposito Momen scrive: «ogniqualvolta ho fatto delle ricerche in un campo e ho letto libri non bahá’í e poi sono ritornato alla letteratura bahá’í, ho scoperto nel materiale bahá’í concetti che non avrei scoperto se avessi studiato solo i testi bahá’í». Nel 1994 un intero numero della Bahá’í Studies Review, la pubblicazione dell’Associazione per gli studi bahá’í per l’Europa anglofona, è stato dedicato agli studi bahá’í, e vi si può trovare un interessante elenco di temi di interesse per gli studiosi bahá’í. Per esempio lo studioso bahá’í Stephen Lambden suggerisce: studi religiosi, studi islamici, dimensioni bahá’í della spiritualità, ideologie umanistiche e non religiose, nonché filosofia del diritto e filosofia etica dal punto di vista bahá’í, eccetera.

Funzioni degli studi bahá’í

La Casa Universale di Giustizia ha definito quattro importanti funzioni degli studi bahá’í e li ha enumerate in una compilazione sugli studi bahá’í che ha inviato ad alcune Assemblee Spirituali Nazionali nel 1995. Queste funzioni sono:
la promozione del benessere umano,
la difesa della Fede,
l’espansione e il consolidamento della comunità bahá’í,
un contributo alla crescita della cultura.
La promozione del benessere umano
Questa funzione degli studi bahá’í è la diretta conseguenza di un’importante concetto in cui i bahá’í credono, cioè che «perfino i minimi dettagli del vivere civile derivano dalle grazie dei Profeti di Dio. Quale cosa utile all’umanità è stata mai creata che le Sacre Scritture non avessero prima esplicitamente o implicitamente esposto?». E poiché credo che Bahá’u’lláh sia la Manifestazione di Dio per questa era, credo anche che la Sua rivelazione sia la più importante fonte di sapere per il genere umano. Se studierò i Suoi insegnamenti e contribuirò a una migliore comprensione delle loro implicazioni, metterò sicuramente a disposizione del mio prossimo un importante fonte di sapere per il bene di tutti. La difesa della Fede
Tutte le idee nuove devono lottare per farsi strada nel mondo. Tanto più dovranno lottare le nuove idee portate dalla nuova Manifestazione di Dio, che sono «iconosclastiche», in quanto «sradicano errori, distruggono false credenze religiose e richiamano l’umanità alla fondamentale unità di Dio». Sebbene la Casa Universale di Giustizia abbia informato il mondo bahá’í nel Ri?ván 1992 che «sempre più spesso in ambienti intellettuali, in opere di consultazione, nei mass media si parla della Fede come di una religione mondiale “principale” o “maggiore”», tuttavia se vogliamo che «il divino rimedio dato da Bahá’u’lláh» sia applicato per la risoluzione dei molteplici problemi del mondo, dobbiamo fare di tutto per «dissipare quel velo di scetticismo che crea pregiudizi nella mente [di alcuni] degli eruditi del mondo occidentale» e per fare in modo che «la pubblica immagine della Fede . . . [divenga], gradatamente, ma costantemente più vicina alle sue reali caratteristiche».
Espansione e consolidamento della comunità bahá’í
Gli studi bahá’í sono importantissimi per l’espansione della comunità bahá’í in Europa dove la gente «è così scettica nei confronti della religione e disdegna le organizzazioni e i movimenti religiosi». Sono anche importantissimi per il consolidamento delle comunità bahá’í, alcune delle quali non sono ancora «ampiamente diversificate o … abituate ad avere rapporti con tutti gli strati della società».
Un contributo alla crescita della cultura
La Casa Universale di Giustizia spiega a questo proposito:
Nel crescere, la comunità bahá’í, acquisirà esperti in numerosi campi, sia perché i bahá’í diventeranno esperti, sia perché gli esperti diventeranno bahá’í. Nel momento in cui questi esperti metteranno la loro conoscenza e la loro capacità al servizio della comunità e, ancora di più, modificheranno le loro numerose discipline proiettando su di esse la luce degli Insegnamenti Divini, troveranno la risposta, uno dopo l’altro, ai problemi che ora affliggono l’umanità…
Per esempio la Casa Universale di Giustizia ha scritto a uno psicologo: «La psicologia è ancora una scienza molto giovane ed inesatta, e col passare degli anni, gli psicologi bahá’í, che apprendono dagli insegnamenti di Bahá’u’lláh il vero modello dell’esistenza umana, saranno in grado di compiere grandi passi nello sviluppo di questa scienza, e saranno di profondo aiuto nell’alleviazione della sofferenza umana». È solo un esempio. Ma gli studi bahá’í possono fare molto per la crescita del sapere umano, soprattutto in questo antico continente europeo, così preso dal materialismo, icui dogmi esso accetto con altrettanta cecità quanto un tempo accettava i dogmi religiosi.

Conclusione

In 1993 dalla Casa Universale di Giustizia sono giunte queste incoraggianti parole:
La Casa di Giustizia desidera che si eviti l’uso di termini quali «cultura bahá’í» e «intellettuali bahá’í» con valenze esclusive, che potrebbero effettivamente segnare un limite fra coloro ammessi in tale categoria e coloro a cui l’ingresso viene negato. È chiaro che tali espressioni sono relative e che quello che è un meritevole sforzo di studio compiuto da un bahá’í, se paragonato alle attività di coloro con cui è in contatto, potrà essere considerato di assai minore importanza se paragonato ai risultati dei famosi sapienti che la Fede ha prodotto. La Casa di Giustizia persegue la creazione di una comunità bahá’í in cui i membri si incoraggino l’un l’altro, dove vi sia rispetto per il talento e la comune certezza che ognuno, con i propri mezzi, cerca di acquisire una comprensione sempre più profonda della Rivelazione di Bahá’u’llàh e contribuire all’avanzamento della Fede.
Queste parole significano che gli studi bahá’í sono aperti a tutti noi. Come disse ‘Abdu’l-Bahá: «Sapere significa amare. Studiate, ascoltate le esortazioni, pensate, tentate di comprendere la saggezza e la grandezza di Dio. Prima di spargere il seme, bisogna fertilizzare il suolo».