| Autore |
| Titolo |
| Rashh-i-'Amá |
RashḤ-i-‘Amá (Vapori
di nube) rivelato da Bahá’u’lláh Traduzione
italiana provvisoria[1] 1 Vapori di
Nube traspirano dalla Nostra estasi, Il mistero della fedeltŕ risuona dal Nostro cantico. 2 Dalla
brezza mattutina esalň muschio del Tonchino, Il suo odoroso effluvio si sprigiona dai Nostri capelli. 3 Il Sole
dell’ornamento albeggiň dal Volto di Dio, Guarda il mistero della Realtŕ, che irradia dal Viso
di Thá![‘Alí] 4 L’Oceano
della purezza tuonň nell’ondata dell’Incontro, Il suo prezioso dono emerge dalla contemplazione dell’Essenza.[di
Há] 5 La
tesoreria dell’amore si nascose nel cuore del Fars,[di Fá] Da quel tesoro d’affetto trabocca la perla della fedeltŕ. 6 Le
delizie del vino trasparvero dallo sguardo dell’Essere, Il loro dolce arcano spilla dal canto del Signore.[di Rá] 7 Squillo
di Tromba! Estasi divina! Si espandono come un unico accordo dalla volta del Cielo. 8 L’Era
dell’«Io son Lui» comparve dal nostro Sembiante, Il Ciclo dell’«Egli č Lui» riluce dai bagliori di Bá.[Bahá] 9 Il Kawthar
di Dio zampillň dallo scrigno del cuore, La sua coppa melata sgorga dalle labbra di Bahá. 10 Il
Giorno di Dio si compě con lo svelamento del Signore, La sua nuova Bellezza sorge dalla melopea di Teheran.[Ṭá] 11 Guarda i
bagliori della Gloria! Guarda i vapori della Nube! S’innalzano come un solo cantico dagli accenti di Dio. 12 Guarda il
Mistico dell’eternitŕ! Guarda l’Aurora della santitŕ! Guarda il possente Personaggio, che si erge dall’eccelso Trono! 13 Guarda la
Palma del paradiso!
Ascolta il tubio della Colomba! Ascolta la melopea del Gloriosissimo, che si
leva dal luccichio della purezza. 14 Ascolta il
ritornello persiano! Ascolta il tamburello arabo! Guarda la Mano divina, che si protende dal rullio del «No»![Non
v’č altro Dio] 15 Guarda il
Volto divino! Guarda la Vergine del Cielo! Guarda lo svelamento umano, che traspare dal mistero della Nube! 16 Guarda il
Volto immortale! Guarda il Sembiante del Coppiere! Guarda il liquore cristallino, che goccia dal Nostro calice! 17 Guarda il
fuoco di Mosč! Guarda il niveo Candore! Guarda il cuore del Sinai, che appare dalla Mano luminosa! 18 Ascolta i
gemiti degli ebbri! Guarda il rapimento del giardino! Guarda l’estasi del creato, che promana dalla corte dell’Incontro! 19 Guarda la
grazia dell’Essenza![di Há]
Guarda l’avvenenza di Bá![Bahá] Ascolta il canto del Fars,[di Fá] che si effonde dalla Penna di Bahá! 20 Bagliori di
Rivelazione! Vapori
di purificazione! Cinguettio d’uccelli, che risuona dalla fonte
dell’Annientamento. Rashḥ-i-‘Amá (Vapori di Nube): i primi albori della
Rivelazione bahá’í Cenni
storici Shoghi Effendi
(1897-1957), pronipote di Bahá’u’lláh, Custode della Fede bahá’í dal 1921 al
1957, ci informa che Rashḥ-i-‘Amá fu rivelata a Teheran ed č quindi uno dei «primi frutti»
della Rivelazione di Bahá’u’lláh di cui restino tracce scritte».[2]
Adib Taherzadeh (1921-2000), eminente studioso e scrittore bahá’í, scrive che
questa Tavola, «rivelata nel Siyáh-Chál di Ṭihrán
subito dopo che il Piů Grande Spirito fu disceso sulla Sua anima radiosa»,
potrebbe essere l’unica che Bahá’u’lláh vergň nella Sua terra natale.[3]
Ma da «cenni contenuti nei libri di storia bahá’í»,[4] da alcune parole di
‘Abdu’l-Bahá (al secolo ‘Abbas Effendi, 1844-1921), figlio di Bahá’u’lláh e Suo
successore alla guida della comunitŕ bahá’í, e di Bahá’u’lláh nell’Epistola
al Figlio del Lupo[5] e da affermazioni
di Mullá Muḥammad-i-Zarandí, noto come Nabíl-i-A‘ẓam
(1830 ca. - 1892), cronista e poeta della Dispensazione bahá’í,[6]
Vahid Rafati deduce che Bahá’u’lláh avrebbe rivelato anche altre Tavole in
Iran.[7]
Aspetti
letterari Da un punto di vista puramente formale,
Rashḥ-i-‘Amá č
un componimento poetico di venti distici monorimati. La rima in á č
rafforzata da un radíf, ritornello, costituito dal verbo mí-rízad,
che si ripete in tutti i venti distici e nel primo emistichio del primo distico
per un totale di ventun volte. Mí-rízad č la terza persona singolare del
tempo presente del verbo ríkhtan, che significa «riversarsi,
fluire, scorrere, spandersi; versare, spandere; fondere, gettare, colare;
cadere (foglie, denti)…».[8]
Come spesso accade nelle poesie persiane, il radíf ha una molteplicitŕ
di significati che si adatta perfettamente alle varie sfumature necessarie nei
differenti versi. Ma č impossibile trovarne un equivalente nelle lingue
occidentali. Questo pertanto impone, pur nella fedeltŕ al testo originale, una
certa libertŕ nella traduzione del radíf, con una conseguente
inevitabile perdita della caratteristica cadenza rimata che nell’originale cosě
bene si presta al canto. Dal punto di vista del contenuto, Rashḥ-i-‘Amá tratta un unico
tema di carattere mistico, l’Intimazione divina ricevuta da Bahá’u’lláh nel Síyáh-Chál,
la terribile segreta di Teheran, in una data sconosciuta compresa fra metŕ agosto
e metŕ dicembre 1852, in quello che Egli stesso chiamň «l’anno nove».[9]
Nelle parole di Taherzadeh, Rashḥ-i-‘Amá «annuncia la lieta novella delle energie spirituali che
si sono sprigionate e che Bahá’u’lláh descrive come il soffio della brezza
divina odorosa di muschio, l’apparizione dell’Oceano della Causa di Dio, lo
squillo di Tromba, il flusso delle Acque vive, i gorgheggi dell’Usignolo del
Paradiso e l’apparizione dell’Ancella del cielo».[10] Nonostante sia
stata scritta «in un momento in cui . . . [Bahá’u’lláh] era ancora oppresso da
tanto dolore», essa č una poesia «gioiosa», «un canto di vittoria e di gioia»
e, malgrado la brevitŕ, «costituisce un ponderoso libro, perché contiene le
potenzialitŕ, le caratteristiche, la potenza e la gloria dei successivi quarant’anni
di Rivelazione divina».[11] L’Intimazione di Bahá’u’lláh č descritta secondo due
diverse modalitŕ. Nei primi dieci distici se ne trova una descrizione
celebrativa, che pur concepita in termini metaforici, riferisce direttamente
l’evento. Nei distici 11-19, invece, c’č una descrizione indiretta, nella forma
di un invito a testimoniare l’accaduto. L’invito č rivolto mediante la seconda
persona dell’imperativo presente, bín, del verbo dídan, vedere,
che ricorre 27 volte. Questa martellante ripetizione ne fa quasi un secondo radíf,
accanto a quello fondamentale, mí-rízad, classicamente usato per
rafforzare la rima in á, e aggiunge alla poesia un elemento ritmico e
cantabile. La
duplice modalitŕ di presentazione dell’unico tema mistico dell’Intimazione
divina consente di suddividere la poesia in due parti. La prima č puramente
descrittiva e celebrativa, quasi il tashbíb o nasíb di una
qaṣídih.
La seconda č esortativa, quasi un madḥ. L’ultimo distico fornisce una concisa spiegazione del
contenuto dell’intera poesia. Lo pseudonimo dell’Autore, Bahá, compare
due volte, nel nono e nel diciannovesimo distico. La scelta del nono e del
diciannovesimo distico per introdurre lo pseudonimo dell’Autore potrebbe essere
un omaggio all’abjad, la gimatréyah o gematria (o anche
ghematria) musulmana, che assegna un valore numerico a ciascuna lettera
dell’alfabeto. Infatti la cifra nove č l’equivalente numerico del nome «Bahá» e
la cifra diciannove č l’equivalente numerico del sostantivo wáḥid, che significa
unitŕ, il tema centrale della Rivelazione bahá’í. Rashḥ-i-‘Amá
presenta le caratteristiche formali tanto del ghazal, ode, quanto
della qaṣídih,
elegia, che differiscono l’uno dall’altra per dimensioni e temi. Del ghazal
condivide i quattro motivi principali, «il vino, l’amore, la primavera, la
mistica»,[12]
ma da esso differisce perché č leggermente piů lunga (venti distici, invece dei
5-12 abituali dei ghazal), perché non riporta lo pseudonimo nell’ultimo
distico e perché non tratta un tema amoroso, ma ha intenti didascalici. Della qaṣídih condivide le dimensioni,
oltre quindici distici, la suddivisione, sia pure appena accennata, in due
parti, celebrativa la prima e didascalica la seconda, il complessivo intento
didascalico, sia pure in senso mistico, e infine la mancanza dello pseudonimo nell’ultimo
distico. Se
vogliamo meglio comprendere il messaggio di questa composizione č sicuramente
utile fare riferimento a successivi Scritti di Bahá’u’lláh, nei quali Egli
descrive con altre parole l’esperienza spirituale attraverso la quale passň
mentre Si trovava nel Síyáh-Chál di Teheran. Ma č anche molto
utile cercare di comprendere il linguaggio tecnico sufi – che Egli usa
invariato nelle forme, ma con significati del tutto nuovi – alla luce di
successivi Scritti di Bahá’u’lláh nei quali analoghi concetti sono esposti in
modo piů dettagliato. Quanto segue č solo un tentativo iniziale di esplorare
gli innumerevoli significati religiosi e filosofici di alcuni dei temi
principali di questo Scritto a beneficio soprattutto di coloro, soprattutto
occidentali, che non hanno familiaritŕ con il suo linguaggio mistico. Il titolo: Vapori di Nube (Rashḥ-i-‘Amá)
Il titolo con cui quest’opera č nota,
ricavato dalle prime due parole del primo distico, ne anticipa il contenuto. Esso
fa riferimento a due concetti, il concetto di ‘Amá, la nuvola divina, e
quello di emanazione, qui descritto dalla parola rashḥ, alla lettera «filtramento,
trasudamento».[13] ‘Amá
corrisponde a un concetto tecnico sufi, nato da una Tradizione, Ḥadíth,
che recita: Qualcuno chiese al Profeta: «Prima che
creasse il creato (visibile), dov’era il tuo Signore?». «Era in una Nube [‘amá]
e non c’era spazio né sopra né sotto».[14]
Questa Nube
primordiale č anche paragonata dai sufi a una tenebra. E in effetti la parola
araba ‘amá deriva dalla radice ‘my, che significa «essere oscuro,
tenebroso».[15]
Il concetto di Nube tenebrosa fa riferimento anche a un’altra Tradizione, che
dice: «Iddio creň il mondo nelle tenebre e poi vi riversň (afada) la Sua
luce».[16] La tenebrosa Nube primordiale č una metafora
dell’esistenza primeva, nella quale č potenzialmente contenuto tutto ciň che č
stato, che č e che sarŕ. L’andaluso Muḥíy al-Dín Ibn
al-‘Arabí (1165-1240), da molti considerato il massimo filosofo sufi, spiega
che questa Nube si sprigiona nello stadio in cui Dio, divenuto consapevole del
Proprio amore, di cui in quello stadio Lui stesso č l’unico oggetto poiché non
esiste altro all’infuori di Lui, «sospira», in quanto nella Sua solitudine
desidera condividere la gioia di quell’amore. Egli concepisce allora il
desiderio di farSi conoscere e quindi crea tutto ciň che č allo scopo di essere
conosciuto. Nasce cosě per prima l’oscura Nube primordiale e da essa scaturisce
poi tutto ciň che č.[17] Lo stesso concetto
č cosě esposto nelle Parole Celate, una breve raccolta di aforismi in
arabo e in persiano, considerata un’opera «d’insuperata rilevanza fra gli scritti
. . . etici» di Bahá’u’lláḥ.[18] «Velato nel Mio essere immemorabile e nella
antica eternitŕ della Mia essenza, conobbi il Mio amore per te; e perciň ti ho
creato, ho inciso in te la Mia immagine e ti ho rivelato la Mia bellezza».[19] Rashḥ č una parola araba che deriva dal
verbo rashaḥa,
«sudare, traspirare; filtrare, far acqua (imbarcazioni); filtrare, colare,
percolare (liquido)».[20]
In questo caso sembra voler indicare i primi vapori che emanano dalla Nube
primordiale e quindi il primo frutto dell’atto creativo di Dio. Successivamente
nella poesia Bahá’u’lláh accenna a questo primo frutto dell’atto creativo
divino con il termine arabo ṭafḥ, che deriva dal verbo ṭafaḥa, «traboccare,
straripare, tracimare . . . riempire fino all’orlo».[21]
Sembrano qui fare riferimento al concetto di creazione per emanazione, ampiamente
spiegato negli Scritti bahá’í. L’emanazione č intesa negli Scritti bahá’í come
apparizione delle qualitŕ e degli attributi di un grado superiore della realtŕ
in un grado inferiore. In questo caso dalla realtŕ della Nuvola divina, ‘Amá,
emana per straripamento, ṭafḥ, ed effusione, rashḥ, gli «accenti di Dio», laḥn-i-Khudá, (distico
undici) che dŕ inizio alla nuova Dispensazione. Abbiamo pertanto deciso di
tradurre la parola arabo-persiana ṭafḥ con la parola italiana «bagliore», che
č piů pčopetica di effusione, ed č molto affine alla parola arabo-persiana tajallí,
anch’essa molto usata nelle Scritture bahá’í per indicare il concetto
dell’emanazione. Tajallí proviene dalla radice jlw, «essere o diventare
chiaro, manifesto».[22]
In
persiano tajallí significa «lustro, luminositŕ, brillantezza; manifestazione;
transfigurazione; splendore, gloria» e, associato al verbo kardan,
‘illuminare; levigare, adornare; illustrare, appianare».[23].
Abbiamo quindi tradotto «i bagliori di Bá», ṭafḥiy-i-Bá, (distico otto), «i bagliori della
Gloria», ṭafḥ-i-Bahá’í,
(distico undici), «bagliori di Rivelazione», ṭafḥ-i-Ẓuhúr, (distico venti). Il titolo di Rashḥ-i-‘Amá č dunque ricco di profondi significati mistici. In altre Tavole
posteriori Bahá’u’lláh istituisce un paragone fra l’atto della creazione divina
e quello della Rivelazione. Egli scrive: Considerate l’ora
in cui la suprema Manifestazione di Dio Si rivela agli uomini. Prima che
scocchi quest’ora l’Antico Essere, Che č ancora sconosciuto agli uomini e non
ha ancora proferito il Verbo di Dio, č in Sé l’Onnisciente, in un mondo privo
di qualsiasi uomo che L’abbia conosciuto. Egli č, invero, il Creatore senza creazione,
poiché nell’attimo precedente la Sua Rivelazione ciascun essere creato dovrŕ
rendere l’anima a Dio. Questo č invero il Giorno di cui si č scritto: «Di chi
sarŕ il Regno in questo Giorno?». E non si troverŕ nessuno pronto a rispondere![24] Le implicazioni
mistiche di questo passo della «Lawḥ-i-‘Abdu’r-Razzáq»
sono molte. Bahá’u’lláh implicitamente paragona i vari stadi dei mondi divini
descritti dai sufi ai quali Egli fa riferimento in alcune Tavole come la Lawḥ-i-Kullu’ṭ-Ṭa‘am (Tavola di tutti
i cibi) – l’impenetrabile Essenza divina dell’Háhút, la prima Emanazione
della «Volontŕ primeva» nel Láhút, la specificazione di questa Volontŕ
nella realtŕ spirituale dell’Uomo perfetto nel Jabarút e nel Malakút
e la sua apparizione fisica nel Násút – con la storia personale e
specifica della Manifestazione di Dio. C’č un momento in cui, sebbene la
Manifestazione di Dio sia fisicamente presente nel mondo, pure, non avendo
ancora annunziato la Sua missione ad alcun essere umano, č solo «in un mondo
privo di qualsiasi uomo che L’abbia conosciuto». Rashḥ-i-‘Amá sembra per l’appunto far riferimento a questo stadio
della Rivelazione bahá’í. Dalla Nube divina incominciano a scendere gocce di
rugiada e Bahá’u’lláh, nella Sua estasi, č il primo beneficiario di questo
dono. E pertanto la poesia sembra descrivere i primi frutti della Rivelazione
divina la cui Intimazione Egli aveva appena ricevuto. La prima parte: l’annuncio celebrativo dell’Intimazione Il
primo distico Vapori
di Nube traspirano dalla Nostra estasi, Il mistero della fedeltŕ risuona dal Nostro cantico. Rashḥ-i-‘Amá az jadhbiy-i-Má mí-rízad Sirr-i-vafá az naghmiy-i-Má
mí-rízad. Bahá’u’lláh sembra qui mettere in
relazione il dono divino dei vapori che traspirano dalla Nube primordiale con
la Propria estasi, jadhbih (dalla radice araba jadhaba,
«rapire in estasi»[25]).
Gli studiosi del sufismo spiegano che jadhbih č lo «sradicamento
estatico dovuto ad un intervento divino diretto e brusco», senza alcun atto di
volontŕ da parte di chi ne č colto, all’«opposto del movimento verso Dio . . .
(Sulūk)»,[26]
che invece comporta uno sforzo di purificazione. Questa riporta alla memoria
altri passi di Bahá’u’lláh nei quali Egli dice: Questa non č che
una foglia mossa dai venti della volontŕ del tuo Signore, l’Onnipotente, il
Lodatissimo. Puň essa ferma restare, quando i venti tempestosi soffiano? No,
per Colui Che č il Signore dei Nomi e degli Attributi! Essi la muovono a loro
piacimento. Ciň che č perituro č un nulla al cospetto di Colui Che č il
Sempiterno.[27]
Nel
secondo emistichio Bahá’u’lláh sembra alludere alla Propria risposta a questo
gratuito dono: il cantico, naghmih, e il «mistero della fedeltŕ»,
sirr-i-vafá. Secondo Javad Nurbakhsh, maestro sufi dell’ordine ni‘mat-alláhiyya,
il
termine naghmih «simboleggia la perpetuazione del “soffio della
misericordia divina” e la continua effusione della grazia dell’Essere su tutti
gli atomi dell’universo, cosě che al suono di questa melodia tutti si mettono a
danzare».[28]
Il cantico potrebbe essere un accenno alle numerose Scritture che da quel
momento in poi sarebbero scaturite dalla Penna di Bahá’u’lláh, simili al
«soffio della misericordia divina» (vedi anche distico uno, sei, undici,
tredici, quattordici, diciannove, venti). Esse sono la fedele trascrizione
della Volontŕ di Dio, affidata come impareggiabile retaggio all’umanitŕ di oggi
e di giorni avvenire. La fedeltŕ, vafá, era intesa nel mondo sufi
soprattutto come fedeltŕ all’antico Patto di Dio, secondo il versetto coranico:
«siate fedeli [áwfuwá] al Mio Patto e io sarň fedele [uwfi] al
vostro».[29]
In questo senso questo emistichio č la prima intimazione della fermezza della
Manifestazione di fronte alle prove inflitteGli da coloro che avrebbero voluto
impedirGli di tener fede al prezioso pegno che Dio Gli aveva affidato. Questo
tema si ripresenterŕ ripetutamente in successivi Scritti nei quali Bahá’u’lláh
descrive le prove che ha dovuto affrontare per tener fede alla propria
Missione. Il Suo comportamento costituisce una drammatica rappresentazione di
quella fedeltŕ al Patto di Dio che č richiesta a ogni essere umano sulla terra,
per garantire che la Volontŕ divina di pace e di giustizia per l’umanitŕ possa
essere pienamente realizzata. Cosě questo concetto č accennato nel prologo
delle Parole Celate arabe: Questo č quel che č disceso dal regno
della Gloria, proferito dalla lingua della forza e del potere e rivelato ai
Profeti dell’antichitŕ. Noi ne abbiamo presa l’intima essenza e l’abbiamo
adornata con la veste della brevitŕ quale pegno di favore ai giusti, acciocché
essi possano rimanere fedeli al Patto di Dio, adempiendo nella vita la Sua consegna
e ottenendo nel regno dello spirito la gemma della virtů divina.[30] Bahá’u’lláh
menziona il «mistero» della fedeltŕ. E anche la parola mistero, sirr,
merita una spiegazione. Nel linguaggio sufi «mistero», sirr, sta infatti
anche per realtŕ interiore, realtŕ spirituale, e quindi essenza. Se la fedeltŕ
č uno degli attributi di Dio, essendo Bahá’u’lláh la Manifestazione della
perfezione degli attributi di Dio, Egli puň indubbiamente esprimerne l’essenza
ossia la perfezione, e questo sembra implicare la locuzione «mistero della
fedeltŕ» in questo contesto. Il
secondo distico Dalla brezza mattutina esalň muschio del Tonchino, Il suo odoroso effluvio si sprigiona dai Nostri capelli. Az bád-i-ṣabá mishk-i-Khaṭá gashtih padíd Vín nafḥiy-i- khúush az
ja‘diy-i-Má mí-rízad. Il primo emistichio fa riferimento al
tema primaverile sufi dei venti profumati. I motivi sono due: la «brezza mattutina»,
bád-i-ṣabá,
e il «muschio del Tonchino», mishk-i-Khaṭá. Nel mondo sufi i venticelli
e le brezze hanno sempre connotazioni positive. La brezza, o vento d’oriente,
talvolta chiamata «zefiro», č spesso descritta come messaggero d’amore, perché
soffia all’alba trasportando profumo di rosa, tradizionale metafora dell’Amato.
Venticelli e brezze sono spesso associati all’idea dei profumi, che hanno
anch’essi connotazioni positive nel mondo sufi. Anche fra loro, come in
Occidente, si dice che una persona č in odore di santitŕ. Il Corano accenna al
profumo della veste di Giuseppe che ha guarito Giacobbe dalla cecitŕ.[31]
Una Tradizione narra che la brezza d’oriente, chiamata nafasu’r-Raḥmán, respiro del
Misericordioso, portň a Muḥammad
il profumo della santitŕ di Uwaysu’l-Qaraní fin dallo Yemen dove questi
abitava.[32] Il muschio č menzionato
nel Corano fra le gioie del Paradiso, dove «i Pii . . . saranno abbeverati di
vino squisito suggellato, suggellato di suggello di muschio (khitámuhú
misk)».[33]
Infine la parola Khaṭá
indica «la Cina settentrionale»[34]
e nell’antico mondo islamico il muschio migliore proveniva da due cittŕ cinesi,
Khatá e Khutan. Abbiamo tradotto Tonchino perché quella č la
regione dell’Estremo Oriente da cui l’Occidente oggi importa il muschio di
migliore qualitŕ. Nel secondo emistichio si aggiunge il motivo amatorio dei «capelli (lett.: «riccioli corvini», ja‘dih, di cui l’islamista italiano Alessandro Bausani (1921-1988) scrive: Poche immagini simboliche ricorrono con una frequenza cosě grande nella poesia tradizionale persiana come quella della treccia o lunga ciocca di capelli (zolf) dell’Amico, la cui spiegazione mistica piů comune codificata nel trattatello esplicativo di Sciabestarī (m. 1320) Golshan-e Rāz (Il Rosaio dell’Arcano), č «la pluralitŕ del mondo fenomenico che vela il volto dell’unitŕ di Dio».[35] Bahá’u’lláh ha scritto una Tavola, intitolata Tavola dei capelli, nella quale dice fra l’altro: «I Miei capelli sono il Mio velo in cui nascondo la Mia bellezza, caso mai vi si posino occhi di non credenti fra i Miei servi. Cosě occultiamo alla vista degli empi la gloriosa e sublime beltŕ del Nostro Volto».[36] Il distico sembra dunque accennare alla bellezza di ciň che emana da Lui, dopo la divina Intimazione ricevuta, paragonandola al profumo di muschio della brezza d’oriente. Questo aroma si sprigiona dai Suoi capelli, cioč č ancora nascosto dai fatti contingenti della vita terrena. Lo
schema dell’annuncio dato in questo secondo distico č poi seguito, sia pur con
immagini diverse, anche nel terzo e nel quarto. Il primo emistichio annuncia
ciň che avviene nello stadio della Divinitŕ, rivelandosi poi in quello della
Manifestazione, il secondo annuncia ciň che avviene nello stadio della
Manifestazione, rivelandosi poi nel mondo umano. Il
terzo distico Il
Sole dell’ornamento albeggiň dal Volto di Dio, Guarda il mistero della Realtŕ, che irradia dal Viso
di Thá![‘Alí]! Shams-i-ṭaráz az Ṭal‘at-i-Ḥaqq kardih ṭulú‘, Sirr-i-Ḥaqíqat bín, kaz Vajhiy-i-Thá mí-rízad! I due emistichi sembrano descrivere due
stadi diversi della Manifestazione di Dio. Nel primo, dal «Volto di Dio», Ṭal‘at-i-Ḥaqq, irradia il «Sole
dell’ornamento», Shams-i-ṭaráz.
Sembra che questa immagine possa descrivere l’apparizione del Sole della
Realtŕ, una locuzione usata nella letteratura bahá’í per indicare la realtŕ
spirituale del Logos, per emanazione dall’Essenza divina. Nel secondo
emistichio, dal «Viso di Thá», Vajhiy-i-Thá,
irradia «il mistero della Realtŕ», sirr-i-Ḥaqíqat.
In questo emistichio č introdotto un abituale artificio poetico della
letteratura arabo-persiana, l’uso delle lettere dell’alfabeto per indicare
simbolicamente concetti del cui nome le varie lettere sono l’iniziale o ai
quali sono comunque collegate. In questo caso «Thá č la prima lettera di
“Thamarih” che significa frutto. Nei suoi scritti, Shoghi Effendi chiama
il Báb “Thamarih” (frutto dell’Albero) delle successive Rivelazioni di
Dio».[37]
Inoltre la lettera «Thá» sta anche per «‘Alí», sia perché nel computo
dell’abjad essa vale 500, che č il valore numerico del nome ‘Alí, sia perché,
come osserva Rafati, indica anche i due vocaboli thulth
e tathlíth, che significano rispettivamente «un terzo»[38]
e «triade, trinitŕ»,[39]
e il nome ‘Alí č per l’appunto composto da tre lettere.[40]
Ma poiché Bahá’u’lláh Si chiamava Ḥusayn-‘Alí,
«Thá» sta anche per Bahá’u’lláh. Questo emistichio sembrerebbe dunque significare
che gli attributi del Sole della Realtŕ irradiano dalla Persona tanto del Báb
quanto di Bahá’u’lláh. L’accostamento delle due Dispensazioni non č insolito
negli Scritti di bahá’í, che fanno spesso cenno all’identitŕ spirituale fra
Bahá’u’lláh e il Báb, tanto da chiamarli «i due Fondatori» della Fede Bahá’í.[41] La
descrizione delle relazioni fra i vari stadi dell’esistenza con la metafora del
sole e di uno specchio nel quale esso si riflette, tipica delle Scritture bahá’í,
sembra fare qui la sua prima comparsa. In un gioco infinito di specchi la luce
divina s’irradia dall’Essenza fino agli estremi confini dell’esistenza che si
perdono nell’infinito. In questo caso dall’Essenza divina allo specchio del
Sole della Realtŕ, dall’essenza del Sole della Realtŕ allo specchio della
Persona del Báb e di Bahá’u’lláh, quella luce irradia verso le Sue creature e
Bahá’u’lláh rivolge al lettore un primo invito a guardarla. In questo distico
compare anche l’immagine del «Volto-Viso» divino, descritto qui con i termini arabi
Ṭal‘at
e Vajhih, e successivamente anche con il termine
equivalente persiano Chihrih (ottavo e sedicesimo distico).
Questa immagine ha origine dal Corano dove si menziona «il volto (vajhih)
di Dio».[42]
In seguito Bahá’u’lláh specificherŕ nel Kitáb-i-Íqán, la Sua piů
importante opera dottrinaria, che ogni Manifestazione di Dio č il Volto di Dio,
perché essa manifesta agli uomini tutti gli attributi e le qualitŕ di Dio.[43] Il
quarto distico L’Oceano della purezza tuonň nell’ondata dell’Incontro, Il suo prezioso dono emerge dalla contemplazione dell’Essenza.[di
Há]. Baḥr-i-ṣafá
az mawj-i-Liqá kardih khurúsh, Vín turfih ‘aṭá az jadhbiy-i-Há
mí-rízad. Tre sono i temi fondamentali di questo
distico: la «contemplazione dell’Essenza / di Há», jadhbiy-i-Há,
«l’onda dell’Incontro», mawj-i-Liqá, e «l’Oceano della purezza», Baḥr-i-ṣafá. Del concetto di «contemplazione
/ estasi» si č giŕ detto a proposito del primo distico. Si aggiunga qui che «nelle
sacre Scritture, alla lettera Há sono stati attribuiti parecchi significati
spirituali, fra i quali vi č quello di essere un simbolo dell’Essenza di Dio».[44]
Č l’estasi unitiva mistica elargita a Bahá’u’lláh in quanto Manifestazione di
Dio da Dio stesso. Il concetto di Incontro (con Dio) , Liqá, (vedi anche
il distico diciotto) č ampiamente spiegato nel Kitáb-i-Íqán, dove
Bahá’u’lláh afferma che incontrare Dio significa incontrare la Sua
Manifestazione.[45]
L’estasi unitiva mistica č dunque un privilegio della Manifestazione di Dio
soltanto. Gli uomini non vi hanno accesso. Quanto all’«Oceano della purezza», Baḥr-i-ṣafá, la locuzione fa
pensare a un versetto del Kitáb-i-Aqdas che dice: «In veritŕ, quando,
quel primo giorno di Riḍván,
riversammo sull’intera creazione gli splendori dei Nostri piů eccellenti Nomi e
piů eccelsi Attributi, tutte le cose create furono immerse nel mare della
purificazione (Baḥr
aṭ-ṭahárat)».[46]
Fa pensare anche a un passo della «Tavola di Riḍván» che dice: «In veritŕ, abbiamo fatto spirare ogni anima
in virtů della Nostra irresistibile sovranitŕ che tutto soggioga e poi, in
segno di grazia verso gli uomini, abbiamo chiamato all’esistenza una nuova
creazione».[47]
Č l’innocenza della nuova creatura: all’inizio della Dispensazione tutto
riparte da una condizione di totipontenzialitŕ, nella quale la purezza č
connaturata. L’estasi unitiva mistica che Bahá’u’lláh ha conseguito qui nel
nostro mondo offre agli uomini il «prezioso dono», turfih ‛atá, de
«l’Oceano della purezza», Baḥr-i-ṣafá. Il
quinto distico La
tesoreria dell’amore si nascose nel cuore del Fars,[di Fá], Da quel tesoro d’affetto trabocca la perla della fedeltŕ. Ganjíniy-i-ḥubb dar síniy-i-Fá
gashtih nihán, Zín ganj-i-muḥabbat durr-i-vafá mí-rízad. La lettera Fá potrebbe stare per
Fars, la regione persiana di cui Shíráz č la capitale. E dunque il distico
potrebbe accennare alla Dispensazione del Báb che si sarebbe conclusa solo con
la Dichiarazione di Bahá’u’lláh nel 1863. Le due locuzioni «tesoreria
dell’amore», ganjíniy-i-ḥubb,
e «tesoro d’affetto», ganj-i-muḥabbat,
fanno pensare alla sacra Tradizione, Ḥadíth-i-qudsí,
del Tesoro nascosto[48]
e quindi al Báb, Che č l’Essere attraverso il quale Iddio Si fa conoscere e
Che, in questo senso, č contemporaneamente «tesoreria» e «tesoro d’affetto». La
«perla della fedeltŕ», durr-i-vafá, potrebbe essere un accenno
all’impeccabile vita del Profeta-Araldo della Dispensazione bahá’í, Che nel
1850 immolň la vita a Tabríz per essere fedele al Pegno prezioso che Iddio Gli
aveva affidato. Lo
schema seguito in questo distico, che si sofferma a descrivere l’evento
dell’Intimazione nello stadio della Manifestazione e dei suoi effetti a livello
umano, č poi seguito, con immagini diverse, anche nei distici successivi, fino
all’undicesimo, che invece apre la seconda parte di carattere esortativo. Il
sesto distico Le delizie del vino trasparvero dallo sguardo dell’Essere, Il loro dolce arcano spilla dal canto del Signore.[di Rá]. Bahjat-i-mul az naẓriy-i-Kull shud ẓáhir, Ín ramz-i-malíḥ az ranniy-i-Rá
mí-rízad. I motivi
presenti in questo distico sono contemporaneamente mistici, amatori e
anacreontici. L’Essere (lett. la Totalitŕ), Kull, indica la
manifestazione totale dell’essere e quindi «l’Adamo integrale».[49]
Lo sguardo, naẓrih,
nel mondo sufi ha connotazioni tanto attive quanto passive. Due esempi di uso
attivo: «Non tutti gli occhi hanno uno sguardo, non tutti i mari hanno perle».[50]
Nella Cittŕ dell’appagamento il viandante ha «strappato le bende con un solo sguardo
(nigáh, persiano di naẓrih)».[51]
Due esempi di uso passivo: Ero un albero secco caduto sulla via. Quand’ecco un maestro mi rivolse uno sguardo e mi condusse alla vita,[52] «con uno
sguardo (naẓrí)
Egli esaudisce centomila speranze».[53]
Si puň pensare che le gioie del vino appaiano tanto da uno «sguardo» dato all’Essere,
quanto da uno «sguardo» ricevuto dall’Essere. Quanto alle «delizie del vino», bahjat-i-mul,
Bahá’u’lláh cosě ne descrive il significato simbolico nei Suoi Scritti: non pensate che il vino da Noi
menzionato nelle Nostre Tavole sia il vino che bevono gli uomini e che ne fa
svanire l’intelligenza, che perverte la natura umana, ne cambia la luce e ne
macchia la purezza. Nostro intendimento č invece quel vino che accresce
nell’uomo l’amore per Dio, per i Suoi Eletti e i Suoi amati e accende nei cuori
il fuoco di Dio e l’amore per Lui, la Sua glorificazione e la Sua lode. Cosě potente
č questo vino che una sua goccia trasporta chi la beve fino alla Corte della
Sua santitŕ e della Sua vicinanza e lo fa giungere alla presenza di Dio, il Re,
il Glorioso, il Piů Leggiadro. Č un vino che cancella dal cuore del vero amante
tutti i suggerimenti della limitazione, vi insedia la veritŕ dei segni della
Sua unicitŕ e della Sua divina unitŕ e lo conduce al Tabernacolo del Benamato,
alla presenza di Dio, il Sovrano Signore, Colui Che esiste da Sé, Colui Che
tutto perdona, il Generosissimo. Con questo Vino intendevamo il Fiume di Dio e
il Suo favore, la fonte delle Sue acque vive, il Vino Mistico e la Sua divina
grazia. Come fu rivelato nel Corano, se siete fra coloro che comprendono. Egli
disse, e quanto č vera la Sua parola: «vino delizioso a chi beve». [Corano XLVII,
15] E con Egli non intendeva altro che il vino che vi abbiamo menzionato, o
genti della certezza![54] Il
vino č dunque l’amore di Dio che inebria l’anima curandola della malattia
dell’attaccamento terreno. Le delizie del vino sono le delizie dell’estasi
mistica. Il canto č anch’esso utilizzato come elemento capace di ispirare
gioia. In questo distico la lettera Rá sta per Rubúbiyyat, che
significa signoria, il rango della Manifestazione di Dio in quanto Sovrano del
mondo. Bahá’u’lláh cosě la descrive nelle Quattro Valli: «Gli eccelsi
abitatori di questa magione, con gioia e letizia, si proclamano Iddii e Signori
(ulúhiyyat mí-namáyand va rubúbiyyat mí-farmáyand) su prati d’estasi. Da
alti seggi di giustizia emanano ordini e fanno discendere doni secondo il
merito di ciascuno»[55] Sembra dunque che
questo distico voglia indicare che con la discesa dei vapori della Nuvola
divina la Manifestazione di Dio č apparsa nel suo stadio di Signore (Rabb)
dell’umanitŕ, incominciando a elargire i Suoi doni, cioč il Suo dolce canto e
il Suo vino inebriante. Rafati osserva che uno dei titoli del Báb č Rabb-i-A’lá
e quindi la locuzione ranniy-i-Rá potrebbe indicare anche «il
canto» del Báb.[56] Il
settimo distico Squillo
di Tromba! Estasi divina! Si
espandono come un unico accordo dalla volta del Cielo. Naqriy-i-Náqúrí!
Jadhbiy-i-láhútí! Ín
har du bi-yik nafkhih az javv-i-Samá mí-rízad. I temi di questo
distico sono quattro: lo «squillo di Tromba», naqriy-i-Náqúrí, l’«unico accordo
(lett. Squillo)», yik nafkhih, la «volta del Cielo», javv-i-Samá,
e l’«estasi divina», Jadhbiy-i-láhútí. Lo squillo e l’accordo, naqrih
e nafkhih,[57] di Tromba, Náqúr,[58]
la Tromba del Giudizio, rientrano nel grande tema del Giorno del giudizio,
ampiamente spiegato da Bahá’u’lláh nel Kitáb-i-Íqán. RiferendoSi alla
Dispensazione islamica, Bahá’u’lláh scrive che «per “tromba” s’intende lo
squillo di tromba della Rivelazione di Muḥammad che risuonň
nel cuore dell’universo e per “resurrezione” la Sua ascesa a proclamare la
Causa di Dio».[59]
Successivamente Egli spiega che la «resurrezione… č il Giorno in cui Dio sorge
nella Sua Rivelazione che tutto abbraccia»[60] ossia il giorno
dell’avvento di ciascuna delle Manifestazioni di Dio. E quindi in questo
contesto lo squillo potrebbe riferirSi alla all’inizio della Sua Dispensazione.
Quanto alla «volta del Cielo», javv-i-Samá, Bahá’u’lláh scrive che «il termine “cielo” denota elevazione e sublimitŕ, poiché
esso č sede della rivelazione delle Manifestazioni di santitŕ, Albe d’antica
gloria».[61] L’«estasi divina»
sembrerebbe un ulteriore accenno all’estasi di Bahá’u’lláh che ricorre ripetutamente
nella poesia (vedi distici uno, quattro, sette e diciotto). In questo caso č
definita jadhbiy-i-láhútí, ossia l’estasi del Láhút, il
secondo dei mondi divini della gerarchia celeste dei sufi. Questo mondo,
inferiore solo al mondo di Háhút, il mondo dell’inconoscibile Essenza di
Dio, č precluso a tutti fuorché alle Manifestazioni di Dio. Quanto al motivo
dell’«unico accordo», yik nafkhih, potrebbe essere un altro
esempio, come il terzo distico, di accostamento delle due Dispensazioni del
Báb, lo «squillo di Tromba», e di Bahá’u’lláh, l’«estasi divina». L’ottavo
distico L’Era
dell’«Io son Lui» comparve dal nostro Sembiante, Il Ciclo dell’«Egli č Lui» riluce dai bagliori di Bá.[Bahá]. Duúr-i-«Aná Hú» az Chihriy-i-Má
kardih burúz, Kuúr-i-«Huva Hú» az ṭafḥiy-i-Bá mí-rízad. Le implicazioni teologiche di questo
distico possono essere spiegate alla luce di una Tradizione, secondo la quale
il Promesso dell’Islam «avrebbe detto nella pienezza dei tempi [una] Parola
cosě spaventosamente tremenda che i trecentotredici capi e nobili della terra
sarebbe fuggiti tutti costernati come schiacciati dal suo enorme peso».[62]
Taherzadeh fa notare che «Bahá’u’lláh ha spiegato in una Tavola che quella
parola sarebbe stata il cambiamento di “Egli” in “Io”. Invece di dire “Egli č
Dio”, la Manifestazione di Dio di questo Giorno dirŕ “Io sono Dio” e le persone
prive di intendimento e percezione si allontaneranno da Lui».[63]
Per comprendere meglio queste parole, č bene ricordare che nella letteratura
sufi il pronome di terza persona singolare Huwa č spesso usato per indicare
Dio. In effetti Bahá’u’lláh afferma: «Io sono Dio, non v’č altro Dio che me (aná
alláh, lá allá ilá aná)».[64]
Questa affermazione, letta alla luce delle spiegazioni sulla natura della
Manifestazione di Dio e sul fatto che essa non č parte dell’Essenza divina, non
ha alcuna implicazione incarnazionista. Essa appare piuttosto come una metafora
per indicare la grandezza di questa Rivelazione che segna l’etŕ della maturitŕ
del genere umano, che per questo č in grado di comprendere meglio lo stadio della
Manifestazione di Dio. Questo distico afferma dunque che con l’intimazione del Síyyáh
Chál ha avuto inizio l’Era dell’«Io son Lui». In questo distico
Bahá’u’lláh usa un termine, ṭafḥiy-i-Bá,
che indica «superabbondanza, riempimento»[65]
e quindi «emanazione, effusione», qui tradotto come si č detto «bagliore».La
lettera Bá č l’iniziale del nome di Bahá’u’lláh e quindi sembrerebbe
alludere a Lui. Il
nono distico Il
Kawthar di Dio zampillň dallo scrigno del cuore, La sua coppa melata sgorga dalle labbra di Bahá. Kawthar-i-Ḥaqq az ḥuqqiy-i-dil gashtih huvaydá, Ín sághar-i-shahd az
la‘l-i-Bahá mí-rízad. L’inizio della
Rivelazione bahá’í č qui descritto facendo ricorso a motivi poetici,
primaverili e amatori. «Il Kawthar di Dio», Kawthar-i-Ḥaqq, fa riferimento
al Kawthar, la sorgente dalla quale sgorgano i quattro fiumi del
Paradiso musulmano.[66] Questa fonte
simboleggia la Parola di Bahá’u’lláh che conferisce vita spirituale a chiunque
la legga e la comprenda. Gli altri motivi fanno tutti parte degli scenari
amorosi della poesia mistica arabo-persiana. In questo contesto la parola
cuore, dil, sembra indicare l’anima razionale, che si identifica con lo
spirito dell’uomo, ed č caratterizzata dalla capacitŕ di conoscere la realtŕ
materiale, intellettuale e spirituale. Č da questa realtŕ spirituale di
Bahá’u’lláh, in altre Tavole identificata con il Logos, che scaturisce, come da
uno scrigno, ḥuqqih, il Suo sapere,
l’acqua capace di vivificare l’arido suolo del cuore umano e di farne sbocciare
il fiore della civiltŕ. La metafora delle «labbra», la‘l, ricorre anche
nelle Parole Celate, dove Bahá’u’lláh dice: « Presta ascolto alle
dilettose parole della Mia lingua melata e dalle Mie labbra zuccherine
dissetati al rivo della santitŕ mistica».[67] Quanto al
significato attribuito a questa metafora dai sufi, Nurbakhsh scrive: «Si dice
che questo termine rappresenti la dimensione esoterica della “Parola”».[68]
Perciň il Kawthar č come una «coppa di miele», sághar-i-shahd,
che esce dalle «labbra», la‘l, di Bahá’u’lláh, un chiaro accenno alla
Sua Parola e quindi alle Sue Scritture. Il
decimo distico Il
Giorno di Dio si compě con lo svelamento del Signore, La
sua nuova Bellezza sorge dalla melopea di Teheran.[Ṭá]. Yawm-i-Khudá
az jilviy-i-Rabb shud kámil, Ín
Naghz ḥadíth
az ghunniy-i-Ṭá
mí-rízad. Questo distico contiene quattro motivi
principali: il «Giorno di Dio», Yawm-i-Khudá, lo «svelamento del
Signore», jilviy-i-Rabb, la «nuova Bellezza», Naghz ḥadíth,
e la «melopea di Ṭá [Ṭeheran]», ghunniy-i-Ṭá. Quanto al «Giorno di Dio», Yawm-i-Khudá,
č uno dei leit-motiv degli Scritti di Bahá’u’lláh. Il Giorno di Dio vi č ampiamente
descritto come il giorno «glorificato»[69]
e profetizzato «in tutte le Scritture sacre»,[70]
specificamente nelle Lettere di san Pietro[71]
e «per bocca del Suo Apostolo [Muḥammad]»,[72]
«scopo fondamentale di tutta la creazione . . . il Giorno che tutti i Profeti,
gli Eletti e i santi hanno desiderato vedere»,[73]
il Giorno in cui «Egli, l’Antico dei giorni eterni, č venuto ammantato di
maestŕ e potere»,[74]
«il Giorno di Dio . . . [in cui sarŕ] esaltato il Signore, Lui solo»,[75]
«il Giorno in cui nulla sarŕ menzionato fuorché il Suo Essere, l’onnipotente
Protettore di tutti i mondi»,[76]
«che Dio ha esaltato al di sopra di tutti gli altri giorni e nel quale il
Misericordiosissimo ha riversato lo splendore della Sua fulgente gloria su
tutti coloro che sono sulla terra»,[77]
«il Giorno in cui la Sua piů potente grazia č stata infusa in tutte le cose
create»,[78]
«il Giorno in cui l’Oceano della misericordia di Dio č stato manifestato agli
uomini»,[79]
in cui «le potenzialitŕ inerenti allo stadio di uomo, la grande dignitŕ del suo
destino sulla terra, l’innata eccellenza del suo essere si paleseranno
appieno»,[80]
in cui «“ . . . Dio arricchirŕ tutti della Sua abbondanza” (cfr. Corano iv, 129)»,[81]
«che Dio ha disposto essere benedizione per i giusti, retribuzione per i
reprobi, grazia per i fedeli e furia della Sua collera per i ribelli e
gl’infedeli»,[82]
il Giorno in cui «il Sole della Realtŕ sorgerŕ nel pieno del suo calore e
fulgore».[83]
Il Giorno di Dio si apre nel momento in cui il Signore, cioč la Manifestazione
di Dio (vedi distico sei), si svela. Il
termine «svelamento», jilvih, significa alla lettera la presentazione
della sposa, adorna e svelata, a quello che subito dopo diverrŕ il suo sposo ed
č dunque un motivo amatorio. I sufi lo hanno interpretato come il momento in
cui l’adepto esce dal suo ritiro materiale e spirituale, khalwa,
dopo essere giunto all’intimitŕ con Dio, ossia a un colloquio fra la sua piů
segreta essenza e Dio stesso. Nell’uscire da questa profonda esperienza spirituale
il sufi si presenta a tutti adorno delle qualitŕ divine e libero dal velo
dell’io. Bahá’u’lláh spiega ripetutamente che questo intimo colloquio con Dio č
inaccessibile a chiunque tranne la Manifestazione di Dio. E infatti qui Egli
usa questo termine riferito a Se Stesso. Nel Síyáh-Chál Egli ha
conseguito l’intimitŕ con Dio. E ora Si presenta innanzi a tutti adorno delle
qualitŕ divine e senza veli. Come scrive nella conclusione delle Parole Celate
persiane: La sposa mistica e meravigliosa, fino
ad ora nascosta sotto i veli della favella, č stata ora, per grazia di Dio e
del Suo divino favore, palesata cosě come la luce risplendente che irradia
dalla bellezza del Dilettissimo. Io fo’ testimonianza, o amici, che il favore č
completo, la discussione esaurita, la prova manifesta e l’evidenza accertata. Mostrate
che cosa riveleranno i vostri tentativi sul sentiero della rinunzia. In tal
guisa il divino favore č stato pienamente largito a voi e a tutti coloro che
sono in cielo e in terra. Ogni lode a Dio, il Signore di tutti i Mondi.[84] Quanto
alla «nuova Bellezza», Naghz ḥadíth, questa locuzione accenna a due
importanti concetti: il concetto di bellezza e quello di novitŕ. Quanto alla
bellezza, i sufi distinguono gli attributi di Dio in due categorie
apparentemente opposte: bellezza e maestŕ (jamál e jalál), grazia
e ira (luṭf
e qahr), al-kháfiḍ (Colui Che umilia) e al-ráfi‘ (Colui Che innalza),
che possono paragonarsi al mysterium fascinans e mysterium tremendum
del teologo e filosofo tedesco Rudolf Otto (1869-1937).[85]
Per sostenere la precedenza gerarchica degli attributi della bellezza, che
nelle parole di Ibn al-‘Arabí, da molti considerato il piů grande
filosofo sufi, indica «gli aspetti di misericordia e di benevolenza che procedono dalla Presenza (o dalla
Dignitŕ) divina»,[86]
su quelli della maestŕ, che indica la maestŕ terrificante e il rigore divino, i
sufi citano un Ḥadíth
qudsí che recita: «Quando Iddio decretň la Creazione S’impegnň
scrivendo nel Suo libro che si trova presso di Lui: “La mia misericordia
precede la mia ira”».[87]
Bahá’u’lláh sembra confermare questa Tradizione quando scrive: «La grandezza
della Sua misericordia sorpassa la furia della Sua collera e la Sua grazia
abbraccia tutti coloro che sono stati chiamati all’esistenza e rivestiti del
manto della vita, nel passato o nell’avvenire».[88] E
pertanto la prima espressione dello «svelamento del Signore» č l’apparizione
della Sua Bellezza. Quanto alla novitŕ, Bahá’u’lláh piů volte scrisse che «la
beltŕ del Benamato» era apparsa in una «nuova veste».[89]
Qui sembra indicare che una nuova Manifestazione č ora apparsa nel mondo. Quanto
alla «melopea di Ṭá
[Teheran], ghunniy-i-Ṭá,[90]
č un ulteriore accenno a un tema musicale per indicare gli Scritti di
Bahá’u’lláh (vedi distico uno, sei, undici, tredici, quattordici, diciannove,
venti), mentre la lettera Ṭá
indica, come in molti altri Scritti di Bahá’u’lláh, Teheran, sia perché č
l’iniziale del suo nome, sia perché secondo il sistema di calcolo abjad,
il valore numerico di Ṭá č nove, che
equivale al valore numerico del nome Bahá. Č Secondo
Rafati, le due locuzioni «svelamento del Signore», jilviy-i-Rabb, e «melopea
di Ṭá»,
ghunniy-i-Ṭá,
sono riferite rispettivamente al Báb, uno dei Cui appellativi era, come si č
giŕ detto, Rabb-i-A’lá, e a Bahá’u’lláh. Pertanto, il distico
significherebbe che con lo «svelamento» del Báb si sono completate tutte le
profezie del Giorno di Dio e ora la «nuova Bellezza» della realizzazione di
tutte le promesse di Dio sgorga dal «canto» di Bahá.[91] Da
un punto di vista puramente formale questo distico potrebbe essere considerato
un distico di passaggio, gurízgáh, che consente di chiarire meglio il
significato della prima parte e nello stesso tempo prepara alla seconda parte
esortativa. Se questo evento segna l’inizio del tanto atteso Giorno di Dio il
suo annuncio riguarda tutti. La
seconda parte esortativa: l’invito alla testimonianza
L’undicesimo
distico Guarda
i bagliori della Gloria! Guarda i vapori della Nube! S’innalzano come un solo cantico dagli accenti di Dio. Ṭafḥ-i-Bahá’í bín! Rashḥ-i ‘Amá’í bín! Kín jumlih zi-yik naghmih az laḥn-i-Khudá mí-rízad. Con l’undicesimo distico incomincia la
serie delle ventisei esortazioni ai lettori, quasi una litania, a essere
testimoni dell’evento dell’Intimazione. Il concetto di creazione come
emanazione č ripetutamente spiegato negli Scritti bahá’í. Esso č inteso come
apparizione delle qualitŕ e degli attributi di un grado superiore della realtŕ
in un grado inferiore. In questo caso dalla gloriosa, Bahá’í, realtŕ
della Nuvola divina, ‘Amá, emana per straripamento, ṭafḥ, ed effusione, rashḥ, gli «accenti di Dio», laḥn-i-Khudá.
Fra i numerosi significati del termine laḥn vi č anche quello di
«dire una cosa e intenderne un’altra, in modo da farsi capire solo dagli
iniziati . . . significato, specie nascosto, di una parola».[92]
Sembra dunque un’allusione alla sapienza segreta di Dio che si effonde in
quella circostanza in un canto che tutte le orecchie attente possono udire. Il
dodicesimo distico Guarda il Mistico dell’eternitŕ! Guarda l’Aurora della santitŕ! Guarda il possente Personaggio, che si erge dall’eccelso Trono! Máhíy-i-Sarmad bín! Ṭal‘-i-munazzih bín! Ṣadr-i-mumarrad
bín, kaz ‘Arsh-i-‘alá mí-rízad! Il vocabolo máhí significa
«pesce».[93]
Nella terminologia sufi il temine máhí, in quanto «pesce», č spesso
usato per indicare il «perfetto mistico», che nuota nel mare della gnosi. E in
questo contesto questa lettura sembra avere un senso piů accettabile rispetto a
«luna», perché negli Scritti bahá’í il termine «Luna» č abitualmente usato per
indicare santi personaggi e non le Manifestazioni di Dio. Per esempio
Bahá’u’lláh scrive: «i termini “sole”, “luna”, “stelle” significano,
innanzi tutto, i Profeti di Dio, i santi e i loro compagni».[94]
‘Abdu’l-Bahá chiama Quddús «Luna della guida divina»[95] e
Shoghi Effendi scrive che ‘Abdu’l-Bahá č «la Luna dell’Astro Centrale di
questa santissima Dispensazione».[96].
Esso descriverebbe dunque Bahá’u’lláh, in quanto perfetto ‘arif, ossia
detentore della suprema ed eterna, sarmad,[97]
sapienza divina. Nel
primo emistichio Bahá’u’lláh annuncia «l’Aurora della santitŕ», Ṭal‘-i-munazzih,
un motivo primaverile che potrebbe descrivere il Giorno di Dio annunciato nel
decimo distico. Il vocabolo munazzih č spesso usato nel lessico tecnico
sufi per indicare ciň «che trascende ogni forma, intelligibile . . .
immaginabile . . . sensibile»[98]
e in particolare la trascendenza e l’alteritŕ di Dio. Nel secondo emistichio lo
stesso annuncio č fatto ricorrendo a motivi diversi: «il possente Personaggio
(lett. petto)», Ṣadr-i-mumarrad,
e «l’eccelso Trono», ‘Arsh-i-‘alá. Nel lessico sufi, il «petto», ṣadr, indica il cuore nel
suo aspetto piů esterno, in quanto «sede dei pensieri e delle intenzioni»,[99]
ed č abitualmente collegato all’«elemento esteriore, istituzionale della
religione».[100]
I sufi ritengono che il petto di Muḥammad,
Uomo perfetto, sia stato perfettamente purificato e a questo proposito narrano
una leggenda: Il Profeta bambino . . . mentre con
altri coetanei pascolava il gregge, fu afferrato da due uomini (angeli) vestiti
di bianco, che lo gettarono a terra; gli aprirono il Petto (Cor. xciv, 1 sarebbe secondo la Tradizione
un accenno a questo), ne estrassero un grumo di sangue nero, e, presa un po’ di
neve che avevano portato con sé in una tazza d’oro, ne lavarono il cuore e il
ventre. Poi, richiuso il seno di Muḥammad, scomparvero.[101] Il Trono, ‘Arsh, di Dio č
spesso menzionato negli Scritti bahá’í per accennare alla sovranitŕ di Dio. In
questo caso la connotazione «eccelso» ‘alá, potrebbe essere un
riferimento a Dio nella Sua trascendenza. Pertanto l’emistichio potrebbe essere
un accenno all’insediamento della Manifestazione di Dio sull’eccelso Trono
donde potrŕ emanare le luminose leggi sulle cui basi le future istituzioni
saranno fondate a beneficio dell’umanitŕ. Come č scritto nelle Sette Valli,
la massima opera mistica di Bahá’u’lláh: «Coloro che bevono da queste coppe
dimorano nei padiglioni della Potenza al di sopra del Trono dell’Antico dei
Giorni (‘Arsh-i-Qidam) e sono assisi nelle tende della Sublimitŕ sullo
sgabello della Magnificenza».[102] Il
tredicesimo distico
Guarda
la Palma del paradiso!
Ascolta il tubio della Colomba! Ascolta la melopea
del Gloriosissimo, che si leva dal luccichio della purezza. Nakhliy-i-Ṭúbá bín! Ranniy-i-Varqá bín! Ghunniy-i-Abhá bín, kaz lam‘-i-ṣafá mí-rízad! Il Paradiso islamico č luogo di gioie,
metaforicamente descritte come delizie terrene. E per un popolo del deserto le
delizie di un rigoglioso giardino sono fra le piů attraenti. Ecco dunque
l’origine del paradiso come giardino di delizie. In esso vi sono numerosi
alberi. Nel mondo islamico la palma č l’albero piů sacro, non solo per la sua
preziositŕ in un mondo dalle grandi distese desertiche, ma anche per le parole
che ne dice il Corano, nel quale essa simboleggia la magnificenza del creato. E
dunque fra gli alberi del paradiso non puň mancare «la Palma», nakhlih.
Qui Bahá’u’lláh la associa al termine coranico Ṭúbá, dal versetto
«coloro che credono, coloro che operano il bene, ad essi fortuna (ṭúbá), ad essi ritorno
buono, a la fine!».[103]
In questo versetto Bausani traduce «fortuna» la parola ṭúbá, che i dizionari
definiscono «gaudio, beatitudine»[104]
oppure «buono, eccellente; migliore, ottimo . . . cose lecite o eccellenti . .
. nome di un albero del paradiso»,[105]
e che Yusuf Ali (1872-1953), autore di una monumentale traduzione
inglese del Corano con ampio commento e pioniere del dialogo interreligioso, traduce
«blessedness [beatitudine]» con il seguente commento: Ṭūbā:
intimo stato di soddisfazione, gioia interiore difficile da descrivere a
parole, ma che rispecchia la vita dei buoni, nella buona e nella
cattiva sorte, nel bene e nel male. C’č sempre inoltre la meta finale alla
quale gli occhi sono rivolti, la magnifica Dimora dell’eterno riposo
nell’Aldilŕ, una volta finite le lotte della vita. Quella Meta č Dio stesso.[106] Dato che l’albero di Ṭúbá č un albero del
paradiso, abbiamo tradotto la «Palma del paradiso», ma si sarebbe anche potuto
tradurre la «Palma della gioia». Vi č una grande somiglianza fra questa «Palma
del paradiso» e il Sadratu’l-Muntaha, [a]lla lettera «l’Albero di Loto
dell’estremo limite», tradotto da Shoghi Effendi «l’Albero oltre il quale
non si passa». Nell’Islam il termine č usato, per esempio nei racconti del
Viaggio Notturno di Muḥammad, come
simbolo per indicare il punto dei cieli oltre il quale né uomini né angeli
possono andare nel loro avvicinamento a Dio e pertanto per delimitare i confini
del sapere divino rivelato all’uomo. Quindi negli Scritti Bahá’í č spesso usato
per indicare la Manifestazione di Dio.[107] Ad essa Bahá’u’lláh associa il tema
dell’Usignolo con i suoi gorgheggi o della Colomba con il suo tubio, ranniy-i-Varqá,
una metafora che ricorre spesso negli Scritti bahá’í a indicare Bahá’u’lláh
stesso. Dato che la delizia maggiore del giardino del Paradiso č la Presenza di
Dio, qualunque canto vi si ascolti č evidente metafora della «melopea del
Gloriosissimo», ghunniy-i-Abhá. Anche in questo distico, come nel
quarto e poi nel ventesimo, Bahá’u’lláh accenna alla purezza, questa volta come
«bagliore», lam‘-i-ṣafá. Il
quattordicesimo distico Ascolta
il ritornello persiano! Ascolta il tamburello arabo! Guarda la Mano divina, che si protende dal rullio del «No»![Non
v’č altro Dio]! Áhang-i-’Iráqí bín! Daff-i-Ḥijází bín! Kaff-i-ilahí bín, kaz ḍarbiy-i-«Lá» mí-rízad! La musica, pur
essendo proibita dall’Islam, č usata nella poesia mistica arabo-persiana come
immagine dalle connotazioni altamente positive. Nel primo emistichio di questo
distico si fa cenno a ben noti stili musicali tradizionali persiani, áhang-i-‘Iráqí,
e arabi, daff-i-Ḥijází,
per indicare la melodia spirituale della Rivelazione di Bahá’u’lláh. Nel
secondo emistichio sono contenuti due ben noti motivi della lirica mistica, «la
Mano divina», Kaff-i-ilahí, e il «rullo del “No [non v’č altro dio]”», ḍarbiy-i-«Lá». Quanto alla
«Mano divina», essa č un primo riferimento al motivo della «mano bianca» di Mosč,
che rappresenterŕ poi il tema fondamentale del diciassettesimo distico. Il
«rullo del “No [non v’č altro dio]”», ḍarbiy-i-«Lá» č un altro ben noto motivo della poesia mistica. Il «No»
č riferito al «non v’č altro dio» della shaháda, l’atto di fede
islamico la cui prima parte recita: «Non v’č altro dio all’infuori di Dio». I
sufi suddividono questa prima parte della shaháda in due parti:
la prima, «non v’č altro dio», č la negazione dell’esistenza di un altro dio e
la seconda, «all’infuori di Dio», č l’affermazione dell’esistenza dell’unico
vero Dio. Il «no» č interpretato dai sufi come la fase dell’annientamento, faná,
ossia la negazione e il superamento degli attributi personali, attraverso la
quale č necessario passare per poter giungere alla sussistenza in Dio, báqá,
ossia l’affermazione e l’acquisizione delle qualitŕ divine. In questo caso č
l’estasi dell’annientamento che consente alla «Mano divina», Kaff-i-ilahí,
di protendersi verso l’umanitŕ porgendole il canto persiano e arabo degli
Scritti di Bahá’u’lláh. Il tema dell’annientamento verrŕ poi ripreso
nell’ultimo distico. La locuzione il «rullo del “No”» č inoltre un’elegante
ripresa della precedente locuzione «il tamburello arabo». Il
quindicesimo distico Guarda
il Volto divino! Guarda la Vergine del cielo! Guarda lo svelamento umano, che traspare dal mistero della Nube! Ṭal‘at-i-láhútí bín! Ḥúríy-i-háhúti bin! Jilviy-i-násútí
bín, kaz sirr-i-‘Amá mí-rízad! In questo distico Bahá’u’lláh menziona
«il Volto divino», Ṭal‘at-i-láhútí,
«la vergine del Cielo», Ḥúríy-i-háhúti,
e lo «svelamento umano», jilviy-i-násútí, «che s’irradia dal mistero
della Nuvola divina», sirr-i-‘amá. Del Volto e dello svelamento si č giŕ
detto a proposito dei distici terzo e decimo. Quanto alla Damigella, o Ancella,
o Vergine del cielo, Ḥúrí,
č il primo accenno a questo tipico motivo degli Scritti di Bahá’u’lláh, che
indica la personificazione del Piů Santo Spirito, lo stesso Spirito che a Mosč
apparve come Roveto Ardente, a Gesů come la colomba che discese su di Lui
mentre Si trovava nel Giordano e a Muḥammad
come angelo Gabriele.[108]
La Vergine proviene dal sommo cielo, Háhút, il cielo dell’impenetrabile
Essenza divina, e assume un volto visibile, Ṭal‘at, nel Regno di Láhút, lo stadio
divino accessibile solo alle Manifestazioni di Dio. Ora questa realtŕ spirituale,
nata dal «mistero della Nuvola divina», emerge dal suo intimo colloquio con la
Divinitŕ per svelarsi (jilvih) nel regno di Násút, lo stadio
umano dei mondi dell’esistenza. Con tre sintetiche immagini Bahá’u’lláh
descrive il misterioso processo mediante il quale la Bellezza divina mostra
all’uomo quel tanto di Sé che la Sua creatura č in grado di comprendere. Infine
la locuzione «mistero della Nube», sirr-i-‘Amá, potrebbe anche essere
tradotto «Essenza della Nube». Il
sedicesimo distico Guarda
il Volto immortale! Guarda il Sembiante del Coppiere! Guarda
il liquore cristallino, che goccia dal Nostro calice! Vajhiy-i-báqí
bín! Chihriy-i-Sáqí bín! Raqq-i-zujájí
bín, kaz kú’biy-i-Má mí-rízad! Nel primo emistichio Bahá’u’lláh
descrive Se stesso come «il Volto immortale», Vajhiy-i-báqí, e «il Sembiante
del Coppiere», Chihriy-i-Sáqí, due motivi, amatorio l’uno e
anacreontico l’altro, molto comuni nella lirica mistica arabo-persiana.
Dell’immagine amatoria del volto si č giŕ detto a proposito del terzo distico.
Quanto all’immagine anacreontica del Coppiere, Sáqí, i poeti mistici
arabo-persiani collegano questa figura «alla leggenda mistica secondo la quale
in principio l’Amore Divino, il coppiere (sāqī)
inteso come Dio-Amato, versň il vino per Dio-Amante in quaranta successive albe
e cosě creň il mondo».[109]
In questo caso Bahá’u’lláh descrive Se stesso come il Coppiere che mesce «il
liquore cristallino», raqq-i-zujájí, della Rivelazione dal Suo «calice»,
kú’bih. Il
diciassettesimo distico
Guarda
il fuoco di Mosč! Guarda il niveo Candore! Guarda il cuore del Sinai, che appare dalla Mano luminosa! Átash-i-Músá bín! Bayḍa[t]-i-bayḍá bín! Síniy-i-Síná bín, kaz Kaff-i-saná
mí-rízad! Questo distico, tutto giocato sui
classici motivi della storia di Mosč, il Roveto ardente («il fuoco di Mosč», Átash-i-Músá),
la Mano bianca protesa («il niveo Candore», Bayḍa[t]-i-bayḍá e la «Mano luminosa»,
Kaff-i-saná) e il Sinai («il cuore del Sinai», Síniy-i-Síná), č
cosě commentato da Stephen N. Lambden, esperto di studi religiosi e di
islamistica: «Qui si dice che Bahá’u’lláh ha manifestato nel suo mistico essere
il Fuoco sinaitico e la mano bianca di Mosč (vedi Esodo iv, 6-7 e Corano vii,
105, eccetera). La luce che si irradiň dal “Sinai” dal “grembo” (o intimo
essere) di Mosč risplende dal “Palmo” o dalla “Mano” della persona di
Bahá’u’lláh».[110]
I sufi spiegano che «candore significa l’Intelletto primo, il centro della
nuvola primeva (‘amā’),
la prima cosa che emerge dall’oscuritŕ dell’invisibile, la massima sorgente di
luce in quel regno, descritto come candore in contrapposizione all’oscuritŕ
dell’invisibile».[111]
Bahá’u’lláh offre una chiave di lettura degli episodi della vita di Mosč nel Kitáb-i-Íqán,
dove scrive: «Armato della verga del dominio celeste, adorno della bianca mano
della sapienza divina (bayḍáy-i-ma‘rifat),
procedendo dal Párán dell’amore di Dio, brandendo il serpente della potenza e
della maestŕ eterna, Egli [Mosč] apparve sul mondo dal Sinai della Luce (sánáy-i-núr)».[112]
In altre Tavole Bahá’u’lláh attribuisce a Sé stesso il segno della Mano bianca
e della verga di Mosč: «“Questa č la Mia mano che Dio ha fatto diventare bianca
perché tutti i mondi la possano mirare. Questa č la Mia verga; se la gettassi a
terra, in veritŕ, inghiottirebbe tutte le cose create”».[113]
Questo distico potrebbe dunque essere un invito a guardare i portenti del
Roveto ardente e della Mano bianca di Mosč ripetersi ora in Lui, la nuova
Manifestazione inviata da Dio nel mondo. Il
diciottesimo distico Ascolta
i gemiti degli ebbri! Guarda il rapimento del giardino! Guarda l’estasi del creato, che promana dalla corte dell’Incontro! Náliy-i-mastán bín! Ḥálat-i-bustán bín! Jadhbiy-i-hastán bín, kaz ṣaḥn-i-Liqá mí-rízad! Questo distico descrive le conseguenze
della Sua Intimazione sul mondo creato, facendo riferimento a motivi mistici,
anacreontici e primaverili: «i gemiti degli ebbri», náliy-i-mastán, «il
rapimento del giardino», ḥálat-i-bustán,
«l’estasi del creato», Jadhbiy-i-hastán, «la corte dell’Incontro»,
ṣaḥn-i-Liqá.
Gli ebbri, mastán, sono coloro che hanno bevuto il Vino della
Rivelazione e sono quindi usciti di senno, ossia hanno smesso di usare
l’intelletto secondo le regole del mondo umano e imparato a usarlo secondo
quelle del mondo divino. Essi si lamentano perché sono innamorati dell’Amato e
per loro non c’č vicinanza sufficiente ad appagarli. Il «rapimento del
giardino», ḥálat-i-bustán,
fa pensare al giardino descritto nelle Parole Celate: Proclamate a tutti i figli della
certezza, che nei reami della santitŕ, nei pressi del celestiale paradiso, č
apparso un nuovo giardino intorno al quale incedono i cittadini del supremo
regno e gli immortali abitatori dell’eccelso Paradiso. Sforzatevi dunque di
raggiungere quello stadio, onde possiate scoprire nei suoi anemoni i misteri
dell’amore e dai suoi eterni frutti apprendere il segreto della divina e
perfetta saggezza. Ricreŕti sono gli occhi di coloro che v’entrano e vi
dimorano.[114] oppure al giardino della Cittŕ
Immortale descritto nel Kitáb-i-Íqán, nel quale ogni filo d’erba racchiude i misteri
d’una saggezza imperscrutabile e sopra ogni roseto miriadi di usignoli, in
estasi benedetta, innalzano le loro melodie. I suoi tulipani meravigliosi
svelano il mistero del Fuoco imperituro del Roveto Ardente e i suoi soavi aromi
di santitŕ spandono il profumo dello Spirito Messianico. Senz’oro concede
dovizia e conferisce immortalitŕ senza morte. In ogni sua foglia sono racchiuse
delizie ineffabili e in ogni recesso sono celati infiniti misteri.[115] Sono, questi, evidenti accenni alla Sua
Rivelazione. L’«estasi del creato», jadhbiy-i-hastán, fa pensare
ad altri passi dove Egli descrive la gioia che ha colto tutte le creature al
Suo apparire, come la «Lawḥ-i-Karmil»[116]
e una delle numerose Tavole di Riḍván.[117]
Al concetto di Incontro, Liqá, si č giŕ accennato a proposito del quarto
distico. Il
diciannovesimo distico Guarda
la grazia dell’Essenza![di Há] Guarda l’avvenenza di Bá![Bahá]! Ascolta
il canto del Fars,[di Fá] che si effonde dalla Penna di Bahá! Ghanjiy-i-Há’í
bín! Ṭarziy-i-Bá’í
bín! Ranniy-i-Fá’í
bín, kaz Kilk-i-Bahá mí-rízad! Anche in
questo distico, come nei distici tre, quattro, cinque, sei, otto e dieci, si
usano lettere dell’alfabeto persiano in modo emblematico, la Há, per húwiyyat,
ipseitas, o Essenza divina e la Fá per
il Fars. Compaiono poi altri motivi amatori, anacreontici e mistici della
lirica arabo-persiana: «la grazia di Há [dell’Essenza]», ghanjiy-i-Ḥá, «l’avvenenza di Bá [di
Bahá]», ṭarziy-i-Bá,
«il canto di Fá», ranniy-i-Fá, la «Penna di Bahá», Kilk-i-Bahá.
La grazia e l’avvenenza sono attributi comunemente associati alla figura
mistica dell’Amato. Quanto alla Penna, č uno dei molti simboli sufi di origine
coranica. Secondo i sufi la metafora coranica della Penna suprema (al-qalamu’l-a’lá,
LXVIII, 1) che scrive sulla Tavola preservata (al-lawḥu’l-maḥfúẓ) le sue divine parole, non allude solo
all’origine del Testo sacro, ma anche alla creazione di tutto ciň che č. Questa
metafora descriverebbe, cioč, la bipolaritŕ del mondo del Láhút e, piů
specificamente, la Penna suprema (al-qalam al-a’lá) indicherebbe l’atto
della creazione in quanto forza creatrice e la Tavola preservata (al- lawḥ’l-maḥfúẓ)
indicherebbe l’oggetto creato in quanto pura potenzialitŕ. Alla
luce di un ḥadíth
qudsí che recita: «Muḥammad
č la prima cosa che ho creato dalla Luce del Mio Volto»,[118]
i sufi identificano la realtŕ spirituale di Muḥammad con la Penna suprema e l’Intelletto primo e in Lui
vedono, nelle parole del sufi persiano ‘Abdu’l-Qádir al-Jílání (1078-1166) «il
principio e la realtŕ dell’universo. L’ha affermato lui stesso con le parole:
“Io provengo da Allâh, ed i credenti provengono da me”. L’Altissimo ha creato
tutti gli spiriti a partire dal suo spirito nel regno della natura divina (‘âlam
al-lâhűt)».[119]
In termini filosofici occidentali, questo stadio corrisponde all’Intelletto
primo di Plotino e al Logos (o Parola) del Vangelo secondo Giovanni. Anche
Bahá’u’lláh usa questa metafora in un senso che sembrerebbe sovrapponibile a
quello sufi. Per esempio Egli scrive: «la Tua eccelsa penna traccia le pagine
delle Tue Tavole, versando il muschio dei reconditi significati sul regno della
creazione»[120]
e «Hai ispirato alla Penna i misteri della Tua eternitŕ, le comandasti
d’insegnare all’uomo ciň che egli non sapeva»,[121]
dove sembra usare il simbolo della Penna per indicare la forza ispiratrice dei
Suoi Scritti. Scrive inoltre: «Attesto,
inoltre, che con un sol tratto della Tua Penna č stata sancita la Tua
ingiunzione “Sii Tu”, e il Segreto celato di Dio č stato palesato, e tutte le
cose create sono state chiamate all’esistenza, e tutte le Rivelazioni sono
state inviate»,[122] dove sembra usare il simbolo della Penna per
descrivere l’atto della creazione. In questo verso la lettera Fá,
che come si č detto indica il Báb, potrebbe essere un ulteriore accenno
all’unitŕ mistica fra le due Manifestazioni gemelle. Dalla «Penna di Bá»
si effonde «il canto di Fá». Rafati spiega questo distico come un invito
a guardare la grazia della Gloriosa Beltŕ (Bahá’u’lláh) e ad ascoltare la
stessa melodia del Báb che ora si effonde dalla Sua Penna.[123] Il
ventesimo distico Efflusso
di Rivelazione! Vapori
di purificazione! Cinguettio d’uccelli, che risuona dalla fonte
dell’Annientamento. Ṭafḥ-i-Ẓuhúr ast ín! Rashḥ-i-ṭuhúr ast ín! Ghann-i-ṭuyúr ast ín, kaz ‘ayn-i-faná mí-rízad. Il ventesimo
distico riprende e sviluppa il tema del titolo con motivi primaverili. Bahá Si
č annientato, faná, nella Sua estasi unitiva mistica e dal Suo
annientamento č straripata, ṭafḥ, come da una fonte, ‘ayn, la Sua Rivelazione, Ẓuhúr, simile a vapori,
rashḥ, a cinguettio d’uccelli, ghann-i-ṭuyúr. Nel distico
compare nuovamente il concetto della purezza, ṭuhúr, che, secondo Rafati, č un’allusione al versetto del
Corano «e di bevanda purissima li abbevererŕ il Signore (saqihim rabbihim
sharábin tahurin)»,[124] un
versetto coranico che descrive le beatitudini non solo dell’aldilŕ, ma anche
dell’ultimo Giorno che, nelle spiegazioni di Bahá’u’lláh, č il giorno
dell’avvento delle Manifestazioni di Dio. La
poesia si conclude con un ultimo di quei giochi di parole che tanto piacciono
ai poeti arabo-persiani. La parola ‘ayn infatti non significa solo
«fonte», ma anche «essenza» e «occhio» e quindi l’ultima locuzione potrebbe
anche significare «dall’essenza dell’Annientamento» o anche «dall’occhio
dell’Annientamento». [1] Questa traduzione si basa sul testo di Vahid Rafati, direttore del Dipartimento delle Ricerche della Casa Universale di Giustizia, distribuito durante uno degli ‘Irfán Colloquia in lingua persiana e pubblicato in Vaḥíd Rafati, «Áthár-i-munzilih as Qalam-i-A‘lá dar Írán: Qaṣídiy-i-Rashḥ-i-‘Amá», Safíniy-i-‘Irfán (Studies in Bahá’í Sacred Texts), vol. 2 (‘Asr Jadí, Darmstadt, 1999), p. 50-86. Nell’elaborazione di questa traduzione si č tenuto ampiamente conto delle due traduzioni provvisorie apparse in rete, quella di Sthephen N. Lambden, «“Rashḥ-i-‘Amá”, Sprinkling of the Cloud of Unknowing», Bahá’í Studies Bulletin, vol. 3, n. 2 (settembre 1984) e quella di Ramin Neshati, Translation of Baha’u’llah’s Rashh-i-Ama (The Mist of Unknown), reperibile nel sito <http://bahai-library.org/provisionals>. Gli ‘Irfán Colloquia sono una serie di convegni e seminari, tenuti separatamente in lingua inglese, tedesca e persiana, che intendono promuovere lo studio sistematico di tutte le Scritture dal punto di vista bahá’í nonché delle Scritture, delle veritŕ e dei principi fondamentali della Fede bahá’í, inaugurati nel 1993 e finanziati da un fondo istituito in memoria di Haj Mehdi Arjmand (1861-1941), un illustre biblista iraniano bahá’í. Il nome ‘irfán viene da una parola arabo-persiana che indica la conoscenza mistica, teologica e spirituale. Questa traduzione non avrebbe potuto essere completata senza il consiglio di alcune persone gentili (in ordine alfabetico): Paridukht Ahdieh, Lily Ayman, Steve Lambden, Faezeh Mardani, Vahid Rafati, Ramsey Zeine. [2] Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, 2a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2004), cap. vii, par. 36. [3] Adib Taherzadeh, The Revelation of Bahá’u’lláh. Baghdád, 1853-63, ed. riv. (Gorge Ronald, Oxford, 1976), p. 45. [4] Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 50. [5] Bahá’u’lláh scrive: «Finora coloro che da Me si sono discostati e M’hanno smentito non hanno riconosciuto Colui Che inviň quel che fu trasmesso all’Araldo, il Punto Primo! La conoscenza di ciň č presso Dio, Signore dei mondi» (Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, [Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1980], p. 61). [6] Nabíl-i-A‘ẓam scrive che nei ventidue giorni trascorsi a Badasht, Bahá’u’lláh «rivelň ogni giorno una Tavola» (Nabíl-i-A‘ẓam, Gli Araldi dell’Aurora. La narrazione delle origini della Rivelazione Bahá’í scritta da Nabíl. Tradotto dall’edizione inglese di Shoghi Effendi [Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1978], p. 273). [7] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 50-1. [8] Alessandro Coletti e Hanne Coletti Grűnbaum, Dizionario Persiano-Italiano classico, moderno, familiare con dati storici, geografici, letterari, presentato da Alessandro Bausani (Centro Culturale Italo-Iraniano, Roma, 1978), s.v. «rihtan», p. 392. [9] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, 99. Shoghi Effendi afferma: «“Anno nove” č l’abbreviazione di 1269 ah. L’Anno nove ebbe inizio circa due mesi dopo che Egli (Bahá’u’lláh) fu imprigionato in quella segreta. Non sappiamo in quale preciso momento abbia ricevuto la prima intimazione . . . Pertanto consideriamo Anno santo tutto l’Anno nove e dobbiamo dare importanza . . . all’intero anno a partire dall’ottobre 1852» (a nome di Shoghi Effendi, Bahá’í News [National Spiritual Assembly of the Bahá’ís of the United States, Wilmette, Illinois], n. 252 [febbraio 1952], p. 5 e Directives of the Guardian [Bahá’í Publishing Trust, New Delhi, s.d.], p. 77). Pertanto Rashḥ-i-’Amá potrebbe essere stata rivelata fra l’ottobre 1852 e il 12 gennaio 1853, giorno in cui Bahá’u’lláh lasciň definitivamente Teheran per seguire la via dell’esilio. [10] Taherzadeh, The Revelation of Bahá’u’lláh. Baghdád, 1853-63, ed. riv. (Gorge Ronald, Oxford, 1976), p. 45, 46. [11] ibidem p. 46. [12] Antonino Pagliaro e Alessandro Bausani, La letteratura persiana (Sansoni, Firenze, 1968), p. 176. [13] Coletti, Coletti Grűnbaum, Dizionario Persiano-Italiano, s.v. «rašh», p. 374. [14] Ibn ‘Arabí, Futúḥát II, 310, citato in Corbin Creative Imagination in the Ṣūfism of Ibn ‘Arabī, trad. Ralph Manheim (Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1969), p. 185. Le Tradizioni (ḥadíth) islamiche sono una serie di racconti su ciň che Muḥammad (o per gli sciiti anche gli Imam) disse o fece nel corso della Sua vita, raccolti da cosiddetti «compilatori», devoti credenti che subito dopo la Sua morte si misero in viaggio per intervistare tutti coloro che avevano incontrato di persona il Profeta e preservare un ricordo scritto delle loro memorie. [15] Francis Joseph Steingass, Arabic-English Dictionary. Companion volume to the author’s English-Arabic Dictionary (Crosby Lockwood and Son, Londra 1993), s.v. «‘ama», p. 728. Cfr. Antonio Campisi, Lessico della teologia islamica (Rubbettino, Soveria Mannelli, Catanzaro1994), s.v. «‘my» 90. [16] Cfr. Malek Chebel, Dictionnaire des symboles musulmans. Rites, mystique et civilisation (Albin Michel, Parigi. 1995), s.v. «Fayd», p. 164. Cfr. anche Ibn ‘Arabí, Futúḥát al-Makkiyya II, 61.33, citato in William C. Chittick, The Self-Disclosure of God. Principles of Ibn al-‘Arabi Cosmology (State University of New York Press, Albany, 1998), p. 49-50. [17] Cfr. Ibn ‘Arabí, Futúḥát al-Makkiyya II, 310.17, citato in William C. Chittick, Sufi Path of Knowledge: Ibn al-‘Arabī’s Metaphysics of Imagination (State University of New York Press, Albany, 1989), p. 126. Sarebbe interessante studiare l’equivalente occidentale di questo concetto, non solo nella Bibbia, dove si accenna a una nube teofanica che avvolge la presenza divina, per esempio la «colonna di nube» di Genesi XIII, 21, o la nube «tenebrosa » di Genesi XIV, 20, ma anche in testi come La nube della non conoscenza, di un anonimo autore inglese del XIV secolo (Adelphi, Milano, 1998) [18] Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, 2a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2004), cap. VIII, par. 28. [19] Bahá’u’lláh, Parole Celate, dall’arabo, n. 3. [20] Hans Wehr, A Dictionary of Modern Written Arabic (Arabic-English) a cura di J. Milton Cowan, 4a ed. (Otto Harassowitz, Wiesbaden 1979), s.v. «rašaḥa», p. 394. [21] Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic, s.v. «ṭafaḥa», p. 657. [22] Campisi, Lessico, s.v. ‘ğlw,’ p. 27. [23] Francis Joseph Steingass, A Comprehensive Persian-English Dictionary including the Arabic words and phrases to be met with in Persian literature (Routledge, Londra e New York 1998), s.v. ‘tajallď,’ p. 283. [24] Bahá’u’lláh, «Lawḥ-i-‘Abdu’r-Razzáq», in Spigolature dagli Scritti, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), sez. lxxviii, par. 3, Muntakhabátí az Áthár-i-ḥaḍrat-i-Bahá’u’lláh (Bahá’í-Verlag, Hofheim-Langenhain, 1984), p. 102. [25] Campisi, Lessico, s.v. «ğdb», p. 26. [26] Marcello Perego, Le parole del sufismo. Dizionario della spiritualitŕ islamica(Mimesis, Milano 1998), s.v. «Jadhba», p. 20. [27] Bahá’u’lláh, Gli Inviti del Singore degli Eserciti (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), h192. [28] Javad Nurbakhsh, Sufi Symbolism: The Nurbakhsh Encyclopedia of Sufi Terminology (Farhang Nurbakhsh), vol. 1 (Khaniqahi-Nimatullah Publications, Londra 1986), p. 174. [29] Corano II, 40. [30] Bahá’u’lláh, Le Parole Celate di Bahá’u’lláh. [31] Cfr. Corano XII, 93-6. [32] Uwaysu’l-Qaraní era «un leggendario o semileggendario contemporaneo di Muhammad che si dice sia morto durante la battaglia di Ṣiffīn nel 37/657, combattendo a fianco di ‘Alī . . . [La leggenda dice che] Muḥammad e Uways corrispondevano telepaticamente» (Encyclopaedia of Islam [Koninklijke Brill NV, CD-ROM Edition v. 1.0, Leida, Olanda, 1999], s.v. «Uways al-Ḳaranī»). [33] Corano lxxxiii, 22, 25-6. [34] Steingass, A Comprehensive Persian-English Dictionary, s.v. «khaṭā», p. 466. [35] Pagliaro e Bausani, Letteratura persiana, p. 167. [36] Bahá’u’lláh, citato in Bahá’í News (National Spiritual Assembly of the Bahá’ís of the United States and Canada, West Englewood Cliffs, New Jersey), n. 121 (dicembre 1938), p. 11. [37] «nota 1», in Il Báb, Antologia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1984), p. 3. Siyyid ‘Alí Muḥammad, detto il Báb (1819-1850), č contemporaneamente il Fondatore della religione bábí e l’araldo della Dispensazione bahá’í. [38] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «ṩalṩ, ṩulṩ», p. 346. [39] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «taṩlīṩ», p. 282. [40] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 64. [41] Cfr. per esempio Shoghi Effendi, 30 marzo 1937, Messages to America (Bahá’í, Publishing Committee, Wilmette, Illinois, 1947), p. 8. [42] Cfr. Corano II, 115, XXVIII, 88 eccetera. [43] Cfr. Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán. Il Libro della Certezza, 2a ed. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1994), par. 152. [44] «Note», in Bahá’u’lláh, Kitab-i-Aqdas, p. 166, nota 28. [45] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, par. 152. Il termine deriva da Corano XVIII, 110. [46] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas, p. 75. Ṭahárat č l’equivalente arabo per persiano ṣafá’. [47] Bahá’u’lláh, «Lawḥ-i-Riḍván», Spigolature, sez. XIV, par. 5. [48] Le sacre Tradizioni sono quaranta tradizioni dette aḥádíth qudsíyyih (sing. ḥadíth qudsí) nelle quali, Dio parla direttamente per bocca del Profeta. Ad esse č attribuito un valore di poco inferiore a quello del Corano. La sacra Tradizione del Tesoro nascosto (kuntu kanzan makhfíyan) dice che Davide chiese a Dio perché avesse creato il mondo e Dio rispose: «Ero un tesoro nascosto e volevo esser conosciuto. Perciň creai le creature sě che potessi esser conosciuto» (Cfr. Badí‘u’z-Zamán Furúzánfar, Haḥádíth Mathnaví [University, Teheran, 1955], n. 70). Questa Tradizione non č citata nelle raccolte canoniche e molti studiosi la considerano apocrifa. Ibn ‘Arabí scrive che essa č «č valida per rivelazione personale (kashf), ma non č comprovata per via di trasmissione (naql)» (citato in Chittick, Sufi Path of Knowledge, p. 391, nota 14). Bahá’u’lláh ne fa cenno in molti Suoi Scritti, per esempio Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni di Bahá’u’lláh (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), sez. XXXVIII, par. 1-5. [49] Campisi, Lessico, s.v. «kll», p. 112. [50] Mystical Poems of Rūmī 1. First Selection, Poems 1-200 translated from the Persian by A. J. Arberry (Arthur John Arberry, 1905-1969) (The University of Chicago Press, Chicago e Londra), 1968, p. 61. [51] Bahá’u’lláh, Sette Valli, p. 32. [52] Yunus Emre, poeta, umanista, mistico anatolico (1238-1320), «Oh Friend», <http://poems.lesdoigtsbleus.free.fr/id221.htm>. [53] ‘Abdu’l-Bahá, Antologia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1987), p. 56, sez. 22. [54] Bahá’u’lláh, “Prohibition of Intoxicating Drinks,” The Compilation of Compilations, prepared by The Universal House of Justice 1963-1990, vol. 2 (Bahá’í Publications Australia, Maryborough, Victoria, Australia, 1991), p. 245-6. [55] Bahá’u’lláh, Le Sette Valli e Le Quattro Valli, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), p. 67. Le Quattro Valli č un trattato mistico composto da Bahá’u’lláh fra il 1856 e il 1862, nella forma di una lettera indirizzata al dotto Shaykh ‘Abdu’r-Raḥmán-i-Karkúkí, capo della confraternita sufi khálidíyyih del Kurdistan, che contava almeno centomila devoti seguaci, devoto ammiratore di Bahá’u’lláh. [56] Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 65. [57] Naqrih č la forma nominale del verbo naqara, che significa anche «suonare (la tromba)» (Steingass, Arabic-English Dictionary, s.v. «naqar», p. 1141) e dalla cui radice deriva anche il nome Náqúr. Nafkhih č la forma nominale del verbo nafakha, usato nel Corano per descrivere lo squillo di tromba del giorno della resurrezione (Corano VI, 73, XXIII, 101, XXXIX, 68 e LXIX, 13). [58] Náqúr č il nome tradizionale della Tromba che gli angeli, in particolare l’angelo Isráfíl, suoneranno il giorno del Giudizio. [59] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 24. [60] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 152. [61] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 75. [62] Nabíl-i-A‘ẓam, Gli Araldi dell’Aurora, p. 14. [63] Taherzadeh, Revelation, p. 46. [64] Bahá’u’lláh, Múntakhabátí az Áthár-i-Ḥaḍrat-i-Bahá’u’lláh (Bahá’í-Verlag, Hofheim-Langenhein, 1984), p. 194; trad. it.: Spigolature, sez. cxxxix, par. 1. [65] Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic, s.v. «ṭafaḥa, ṭafḥ», p. 657. [66] Cfr. Corano CVIII, 1. [67] Bahá’u’lláh, Parole Celate, dal persiano 33. [68] Nurbakhsh, Sufi Symbolism, vol. 1, p. 117. [69] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. X, par. 2. [70] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. VII, par. 2. [71] «attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno» (2 Pietro III, 12). Cfr. Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 96. [72] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, p. 70. [73] Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, L’Avvento della Giustizia Divina, 2a ed. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1986), p. 60. [74] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. XV, par. 1. [75] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. X, par. 2. [76] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas, p. 167. [77] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, p. 33. [78] Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, Avvento, p. 60. [79] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. V, par. 1. [80] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. clxii, par. 1. [81] Bahá’u’lláh, «Kalimát-i-Firdawsíyyih», Tavole di Bahá’u’lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1981), p. 62. [82] Bahá’u’lláh, «Ishráqát », Tavole, p. 96. [83] ‘Abdu’l-Bahá, Some Answered Questions, trad. Laura Clifford-Barney, 3a ed. (Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, Illinois, 1981), p. 57. [84] Bahá’u’lláh, Parole Celate. [85] Cfr. Rudolf Otto, Il Sacro: L’irrazionale nella idea del Divino e la sua relazione al razionale. Trad. Ernesto Buonaiuti. Zanichelli, Bologna, 1926. [86] Iṣṭiláhát, citato in Ibn-‘Arabí, Il libro dell’estinzione nella contemplazione. Trad. Younis Tawfik e Roberto Rossi Testa, postfazione e note Michel Vâlsan (Se, Milano, 1996), p. 41, nota 18. [87] Al-Bukhárí, Ṣaḥíḥ, Ḥadíth 9.643. [88] Bahá’u’lláh, «Súriy-i-Mulúk», Inviti, m54. [89] Bahá’u’lláh, «Lawḥ-i-Afnán», Spigolature, sez. XLIII, par. 5. [90] Il lettore occidentale potrebbe essere sconcertato dall’uso in questo contesto della parola ghunnih, che indica un suono nasale, che essi considerano sgradevole. E invece questo termine si riferisce all’abituale canto vibrato nella gola, particolarmente apprezzato nel mondo islamico, tanto che spesso i cantori vengono chiamati mughanní. [91] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 73. [92] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «laḥn», p. 1119. [93] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «māhi, māhī», p 1147. [94] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 34. [95] ‘Abdu’l-Bahá, citato in Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 49. [96] Shoghi Effendi, The World Order of Bahá’u’lláh Selected Letters (Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, Illinois, 1955), p. 134, trad. it.: L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1982), p. 136. [97] Il significato di sarmad č indicato, nelle Sette Valli, come «perpetuitŕ . . . il cui principio non puň vedersi, ma di cui si sa che c’č una fine» oppure che «non ha né principio né fine» (Bahá’u’lláh, Sette Valli, p. 26). [98] Perego, Le parole del sufismo, s.v. «Munazzah», p. 170. [99] Perego, Le parole del sufismo, s.v. «Ṣadr», p. 208. [100] Annemarie Schimmel, Deciphering the Signs of God: A Phenomenological Approach to Islam (State University of New York Press, Albany, New York, 1994), p. xiv. [101] Alessandro Bausani, «Introduzione», Il Corano. Traduzione, introduzione e commento di Alessandro Bausani (Sansoni, Firenze 1961), p. xxiii, nota 1. [102] Bahá’u’lláh, Áthár-i-qalam-i-a‘lá, vol. 3 (Bahá’í Publishing Trust, Teheran 129 B.E./1972-73), p. 152, Sette Valli, p. 67. Le Sette Valli č la risposta stilata da Bahá’u’lláh fra il 1856 e il 1862 a una lettera inviataGli da Shaykh Muḥíyi’d-Dín, qaḍí (giudice) di Khániqayn, cittadina irachena ai confini con la Persia, studioso del sufismo e fervente estimatore di Bahá’u’lláh. [103] Corano XIII, 19. [104] Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic, s.v. «ṭwb», p. 668. [105] Steingass, Comprehensive Persian-English Dictionary, s.v. «ṭúbā», p. 821. [106] Yusuf Ali, The Holy Qur’an, traduzione e commento di A. Yusuf Ali (Islamic Propagation Centre International, s.d), p. 612, nota 1844. [107] «Note», in Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas, p. 211-2, nota 128. [108] Il tema dell’Ancella del cielo č stata diffusamente commentata da vari autori. Gli scritti piů importanti a questo proposito ci sembrano Michael W. Sours, «The Maid of Heaven, The Image of Sophia and the Logos Personification of the Spirit of God in Scripture and Sacred Literature», The Journal of Bahá’í Studies, vol. 4, n. 1 (1991), p. 47-65 e Kamran Ekbal, «Daéna-Dén-Dí: The Zoroastrian Heritage of the “Maid of Heaven” in the Tablets of Bahá’u’lláh», Scripture and Revelation, a cura di Moojan Momen (George Ronald, Oxford, 1997), p. 125-69. [109] Pagliaro e Bausani, Letteratura persiana, p. 162. [110] Stephen N. Lambden, «The Sinaitic Mysteries: notes on Moses/Sinai Motifs in Bábí and Bahá’í Scriptures», Studies in Honor of the Late Hasan. M. Balyuzi, Studies in the Bábí and Bahá’í Religions, vol. 5 (Kalimát, Los Angeles 1988), p. 109-10. [111] Javad Nurbakhsh, The Nurbakhsh Encyclopedia of Sufi Terminology (Farhang Nurbakhsh) IV (Khaniqahi-Nimatullah Publications, Londra, 1990), p. 54. [112] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 12, Kitáb-i-Mustaṭáb-i-Íqán, ristampa (Bahá’í-Verlag, Hofheim-Langenhain 1980), p. 8-9. [113] Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 173. [114] Bahá’u’lláh, Parole Celate, dal persiano, n. 18. [115] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 218. [116] Bahá’u’lláh, «Lawḥ-i-Karmil», Spigolature, sez. XI. [117] Bahá’u’lláh, «Tavola di Riḍván», Spigolature, sez. XIV. [118] Citato in ‘Abdu’l-Qádir al-Jílání, Il segreto dei segreti. Sirr al asrār, traduzione di Paolo Urizzi (L’Ottava Edizioni, Giarre [CT], 1992), p. 61. [119] ‘Abdu’l-Qádir al-Jílání, Il segreto dei segreti, p. 62. [120] Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CLVII, par. 4. [121] Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CXVI, par. 1. [122] Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CLXXX, par. 1. [123] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 81. [124] Corano LXXVI, 21. Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 82. |