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Titolo
Rashh-i-'Amá

Rash-i-‘Amá (Vapori di nube)

rivelato da Bahá’u’lláh

Traduzione italiana provvisoria[1]

1           Vapori di Nube traspirano                                                                           dalla Nostra estasi,

Il mistero della fedeltŕ risuona                                              dal Nostro cantico.

2           Dalla brezza mattutina esalň                                                                   muschio del Tonchino,

Il suo odoroso effluvio si sprigiona                                                     dai Nostri capelli.

3           Il Sole dell’ornamento albeggiň                                                                       dal Volto di Dio,

Guarda il mistero della Realtŕ,                         che irradia dal Viso di Thá![‘Alí]

4           L’Oceano della purezza tuonň                                                nell’ondata dell’Incontro,

Il suo prezioso dono emerge                           dalla contemplazione dell’Essenza.[di ]

5           La tesoreria dell’amore si nascose                                                         nel cuore del Fars,[di ]

Da quel tesoro d’affetto trabocca                                                 la perla della fedeltŕ.

6           Le delizie del vino trasparvero                                               dallo sguardo dell’Essere,

Il loro dolce arcano spilla                                                     dal canto del Signore.[di ]

7           Squillo di Tromba!                                                                                               Estasi divina!

Si espandono come un unico accordo                              dalla volta del Cielo.

8           L’Era dell’«Io son Lui» comparve                                                            dal nostro Sembiante,

Il Ciclo dell’«Egli č Lui» riluce                                           dai bagliori di .[Bahá]

9           Il Kawthar di Dio zampillň                                                                   dallo scrigno del cuore,

La sua coppa melata sgorga                                                         dalle labbra di Bahá.

10          Il Giorno di Dio si compě                                                           con lo svelamento del Signore,

La sua nuova Bellezza sorge                                            dalla melopea di Teheran.[á]


11          Guarda i bagliori della Gloria!                                             Guarda i vapori della Nube!

S’innalzano come un solo cantico                                                   dagli accenti di Dio.

12          Guarda il Mistico dell’eternitŕ!                                       Guarda l’Aurora della santitŕ!

Guarda il possente Personaggio,                                    che si erge dall’eccelso Trono!

13          Guarda la Palma del paradiso!                                    Ascolta il tubio della Colomba!

Ascolta la melopea del Gloriosissimo,    che si leva dal luccichio della purezza.

14          Ascolta il ritornello persiano!                                              Ascolta il tamburello arabo!

Guarda la Mano divina,                     che si protende dal rullio del «No»![Non v’č altro Dio]

15          Guarda il Volto divino!                                                      Guarda la Vergine del Cielo!

Guarda lo svelamento umano,                    che traspare dal mistero della Nube!

16          Guarda il Volto immortale!                                                  Guarda il Sembiante del Coppiere!

Guarda il liquore cristallino,                                              che goccia dal Nostro calice!

17          Guarda il fuoco di Mosč!                                                                   Guarda il niveo Candore!

Guarda il cuore del Sinai,                                          che appare dalla Mano luminosa!

18          Ascolta i gemiti degli ebbri!                                                   Guarda il rapimento del giardino!

Guarda l’estasi del creato,                                 che promana dalla corte dell’Incontro!

19          Guarda la grazia dell’Essenza![di ]                                         Guarda l’avvenenza di ![Bahá]

Ascolta il canto del Fars,[di ]                     che si effonde dalla Penna di Bahá!

20          Bagliori di Rivelazione!                                                           Vapori di purificazione!

Cinguettio d’uccelli, che risuona                                  dalla fonte dell’Annientamento.


Rash-i-‘Amá (Vapori di Nube): i primi albori della Rivelazione bahá’í

Cenni storici

Shoghi Effendi (1897-1957), pronipote di Bahá’u’lláh, Custode della Fede bahá’í dal 1921 al 1957, ci informa che Rash-i-‘Amá fu rivelata a Teheran ed č quindi uno dei «primi frutti» della Rivelazione di Bahá’u’lláh di cui restino tracce scritte».[2] Adib Taherzadeh (1921-2000), eminente studioso e scrittore bahá’í, scrive che questa Tavola, «rivelata nel Siyáh-Chál di ihrán subito dopo che il Piů Grande Spirito fu disceso sulla Sua anima radiosa», potrebbe essere l’unica che Bahá’u’lláh vergň nella Sua terra natale.[3] Ma da «cenni contenuti nei libri di storia bahá’í»,[4] da alcune parole di ‘Abdu’l-Bahá (al secolo ‘Abbas Effendi, 1844-1921), figlio di Bahá’u’lláh e Suo successore alla guida della comunitŕ bahá’í, e di Bahá’u’lláh nell’Epistola al Figlio del Lupo[5] e da affermazioni di Mullá Muammad-i-Zarandí, noto come Nabíl-i-A‘am (1830 ca. - 1892), cronista e poeta della Dispensazione bahá’í,[6] Vahid Rafati deduce che Bahá’u’lláh avrebbe rivelato anche altre Tavole in Iran.[7]

Aspetti letterari

Da un punto di vista puramente formale, Rash-i-‘Amá č un componimento poetico di venti distici monorimati. La rima in á č rafforzata da un radíf, ritornello, costituito dal verbo mí-rízad, che si ripete in tutti i venti distici e nel primo emistichio del primo distico per un totale di ventun volte. Mí-rízad č la terza persona singolare del tempo presente del verbo khtan, che significa «riversarsi, fluire, scorrere, spandersi; versare, spandere; fondere, gettare, colare; cadere (foglie, denti)…».[8] Come spesso accade nelle poesie persiane, il radíf ha una molteplicitŕ di significati che si adatta perfettamente alle varie sfumature necessarie nei differenti versi. Ma č impossibile trovarne un equivalente nelle lingue occidentali. Questo pertanto impone, pur nella fedeltŕ al testo originale, una certa libertŕ nella traduzione del radíf, con una conseguente inevitabile perdita della caratteristica cadenza rimata che nell’originale cosě bene si presta al canto.

Dal punto di vista del contenuto, Rash-i-‘Amá tratta un unico tema di carattere mistico, l’Intimazione divina ricevuta da Bahá’u’lláh nel Síyáh-Chál, la terribile segreta di Teheran, in una data sconosciuta compresa fra metŕ agosto e metŕ dicembre 1852, in quello che Egli stesso chiamň «l’anno nove».[9] Nelle parole di Taherzadeh, Rash-i-‘Amá «annuncia la lieta novella delle energie spirituali che si sono sprigionate e che Bahá’u’lláh descrive come il soffio della brezza divina odorosa di muschio, l’apparizione dell’Oceano della Causa di Dio, lo squillo di Tromba, il flusso delle Acque vive, i gorgheggi dell’Usignolo del Paradiso e l’apparizione dell’Ancella del cielo».[10] Nonostante sia stata scritta «in un momento in cui . . . [Bahá’u’lláh] era ancora oppresso da tanto dolore», essa č una poesia «gioiosa», «un canto di vittoria e di gioia» e, malgrado la brevitŕ, «costituisce un ponderoso libro, perché contiene le potenzialitŕ, le caratteristiche, la potenza e la gloria dei successivi quarant’anni di Rivelazione divina».[11]

L’Intimazione di Bahá’u’lláh č descritta secondo due diverse modalitŕ. Nei primi dieci distici se ne trova una descrizione celebrativa, che pur concepita in termini metaforici, riferisce direttamente l’evento. Nei distici 11-19, invece, c’č una descrizione indiretta, nella forma di un invito a testimoniare l’accaduto. L’invito č rivolto mediante la seconda persona dell’imperativo presente, bín, del verbo dídan, vedere, che ricorre 27 volte. Questa martellante ripetizione ne fa quasi un secondo radíf, accanto a quello fondamentale, mí-rízad, classicamente usato per rafforzare la rima in á, e aggiunge alla poesia un elemento ritmico e cantabile.

La duplice modalitŕ di presentazione dell’unico tema mistico dell’Intimazione divina consente di suddividere la poesia in due parti. La prima č puramente descrittiva e celebrativa, quasi il tashbíb o nasíb di una qaídih. La seconda č esortativa, quasi un mad. L’ultimo distico fornisce una concisa spiegazione del contenuto dell’intera poesia. Lo pseudonimo dell’Autore, Bahá, compare due volte, nel nono e nel diciannovesimo distico. La scelta del nono e del diciannovesimo distico per introdurre lo pseudonimo dell’Autore potrebbe essere un omaggio all’abjad, la gimatréyah o gematria (o anche ghematria) musulmana, che assegna un valore numerico a ciascuna lettera dell’alfabeto. Infatti la cifra nove č l’equivalente numerico del nome «Bahá» e la cifra diciannove č l’equivalente numerico del sostantivo id, che significa unitŕ, il tema centrale della Rivelazione bahá’í.

Rash-i-‘Amá presenta le caratteristiche formali tanto del ghazal, ode, quanto della qaídih, elegia, che differiscono l’uno dall’altra per dimensioni e temi. Del ghazal condivide i quattro motivi principali, «il vino, l’amore, la primavera, la mistica»,[12] ma da esso differisce perché č leggermente piů lunga (venti distici, invece dei 5-12 abituali dei ghazal), perché non riporta lo pseudonimo nell’ultimo distico e perché non tratta un tema amoroso, ma ha intenti didascalici. Della qaídih condivide le dimensioni, oltre quindici distici, la suddivisione, sia pure appena accennata, in due parti, celebrativa la prima e didascalica la seconda, il complessivo intento didascalico, sia pure in senso mistico, e infine la mancanza dello pseudonimo nell’ultimo distico.

Se vogliamo meglio comprendere il messaggio di questa composizione č sicuramente utile fare riferimento a successivi Scritti di Bahá’u’lláh, nei quali Egli descrive con altre parole l’esperienza spirituale attraverso la quale passň mentre Si trovava nel Síyáh-Chál di Teheran. Ma č anche molto utile cercare di comprendere il linguaggio tecnico sufi – che Egli usa invariato nelle forme, ma con significati del tutto nuovi – alla luce di successivi Scritti di Bahá’u’lláh nei quali analoghi concetti sono esposti in modo piů dettagliato. Quanto segue č solo un tentativo iniziale di esplorare gli innumerevoli significati religiosi e filosofici di alcuni dei temi principali di questo Scritto a beneficio soprattutto di coloro, soprattutto occidentali, che non hanno familiaritŕ con il suo linguaggio mistico.

Il titolo: Vapori di Nube (Rash-i-Amá)

Il titolo con cui quest’opera č nota, ricavato dalle prime due parole del primo distico, ne anticipa il contenuto. Esso fa riferimento a due concetti, il concetto di ‘Amá, la nuvola divina, e quello di emanazione, qui descritto dalla parola rash, alla lettera «filtramento, trasudamento».[13]

Amá corrisponde a un concetto tecnico sufi, nato da una Tradizione, adíth, che recita:

Qualcuno chiese al Profeta: «Prima che creasse il creato (visibile), dov’era il tuo Signore?». «Era in una Nube [‘amá] e non c’era spazio né sopra né sotto».[14]

Questa Nube primordiale č anche paragonata dai sufi a una tenebra. E in effetti la parola araba ‘amá deriva dalla radice ‘my, che significa «essere oscuro, tenebroso».[15] Il concetto di Nube tenebrosa fa riferimento anche a un’altra Tradizione, che dice: «Iddio creň il mondo nelle tenebre e poi vi riversň (afada) la Sua luce».[16] La tenebrosa Nube primordiale č una metafora dell’esistenza primeva, nella quale č potenzialmente contenuto tutto ciň che č stato, che č e che sarŕ. L’andaluso Muíy al-Dín Ibn al-‘Arabí (1165-1240), da molti considerato il massimo filosofo sufi, spiega che questa Nube si sprigiona nello stadio in cui Dio, divenuto consapevole del Proprio amore, di cui in quello stadio Lui stesso č l’unico oggetto poiché non esiste altro all’infuori di Lui, «sospira», in quanto nella Sua solitudine desidera condividere la gioia di quell’amore. Egli concepisce allora il desiderio di farSi conoscere e quindi crea tutto ciň che č allo scopo di essere conosciuto. Nasce cosě per prima l’oscura Nube primordiale e da essa scaturisce poi tutto ciň che č.[17] Lo stesso concetto č cosě esposto nelle Parole Celate, una breve raccolta di aforismi in arabo e in persiano, considerata un’opera «d’insuperata rilevanza fra gli scritti . . . etici» di Bahá’u’llá.[18] «Velato nel Mio essere immemorabile e nella antica eternitŕ della Mia essenza, conobbi il Mio amore per te; e perciň ti ho creato, ho inciso in te la Mia immagine e ti ho rivelato la Mia bellezza».[19]

Rash č una parola araba che deriva dal verbo rashaa, «sudare, traspirare; filtrare, far acqua (imbarcazioni); filtrare, colare, percolare (liquido)».[20] In questo caso sembra voler indicare i primi vapori che emanano dalla Nube primordiale e quindi il primo frutto dell’atto creativo di Dio. Successivamente nella poesia Bahá’u’lláh accenna a questo primo frutto dell’atto creativo divino con il termine arabo af, che deriva dal verbo afaa, «traboccare, straripare, tracimare . . . riempire fino all’orlo».[21] Sembrano qui fare riferimento al concetto di creazione per emanazione, ampiamente spiegato negli Scritti bahá’í. L’emanazione č intesa negli Scritti bahá’í come apparizione delle qualitŕ e degli attributi di un grado superiore della realtŕ in un grado inferiore. In questo caso dalla realtŕ della Nuvola divina, ‘Amá, emana per straripamento, af, ed effusione, rash, gli «accenti di Dio», lan-i-Khudá, (distico undici) che dŕ inizio alla nuova Dispensazione. Abbiamo pertanto deciso di tradurre la parola arabo-persiana af con la parola italiana «bagliore», che č piů pčopetica di effusione, ed č molto affine alla parola arabo-persiana tajallí, anch’essa molto usata nelle Scritture bahá’í per indicare il concetto dell’emanazione. Tajallí proviene dalla radice jlw, «essere o diventare chiaro, manifesto».[22] In persiano tajallí significa «lustro, luminositŕ, brillantezza; manifestazione; transfigurazione; splendore, gloria» e, associato al verbo kardan, ‘illuminare; levigare, adornare; illustrare, appianare».[23]. Abbiamo quindi tradotto «i bagliori di », afiy-i-Bá, (distico otto), «i bagliori della Gloria», af-i-Bahá’í, (distico undici), «bagliori di Rivelazione», af-i-uhúr, (distico venti).

            Il titolo di Rash-i-Amá č dunque ricco di profondi significati mistici. In altre Tavole posteriori Bahá’u’lláh istituisce un paragone fra l’atto della creazione divina e quello della Rivelazione. Egli scrive:

Considerate l’ora in cui la suprema Manifestazione di Dio Si rivela agli uomini. Prima che scocchi quest’ora l’Antico Essere, Che č ancora sconosciuto agli uomini e non ha ancora proferito il Verbo di Dio, č in Sé l’Onnisciente, in un mondo privo di qualsiasi uomo che L’abbia conosciuto. Egli č, invero, il Creatore senza creazione, poiché nell’attimo precedente la Sua Rivelazione ciascun essere creato dovrŕ rendere l’anima a Dio. Questo č invero il Giorno di cui si č scritto: «Di chi sarŕ il Regno in questo Giorno?». E non si troverŕ nessuno pronto a rispondere![24]

Le implicazioni mistiche di questo passo della «Law-i-‘Abdu’r-Razzáq» sono molte. Bahá’u’lláh implicitamente paragona i vari stadi dei mondi divini descritti dai sufi ai quali Egli fa riferimento in alcune Tavole come la Law-i-Kullu’-a‘am (Tavola di tutti i cibi) – l’impenetrabile Essenza divina dell’Háhút, la prima Emanazione della «Volontŕ primeva» nel Láhút, la specificazione di questa Volontŕ nella realtŕ spirituale dell’Uomo perfetto nel Jabarút e nel Malakút e la sua apparizione fisica nel Násút – con la storia personale e specifica della Manifestazione di Dio. C’č un momento in cui, sebbene la Manifestazione di Dio sia fisicamente presente nel mondo, pure, non avendo ancora annunziato la Sua missione ad alcun essere umano, č solo «in un mondo privo di qualsiasi uomo che L’abbia conosciuto». Rash-i-‘Amá sembra per l’appunto far riferimento a questo stadio della Rivelazione bahá’í. Dalla Nube divina incominciano a scendere gocce di rugiada e Bahá’u’lláh, nella Sua estasi, č il primo beneficiario di questo dono. E pertanto la poesia sembra descrivere i primi frutti della Rivelazione divina la cui Intimazione Egli aveva appena ricevuto.

La prima parte: l’annuncio celebrativo dell’Intimazione

Il primo distico

Vapori di Nube traspirano                                                                           dalla Nostra estasi,

Il mistero della fedeltŕ risuona                                               dal Nostro cantico.

Rash-i-‘Amá az jadhbiy-i-Má mí-rízad

Sirr-i-vafá az naghmiy-i-Má mí-rízad.

Bahá’u’lláh sembra qui mettere in relazione il dono divino dei vapori che traspirano dalla Nube primordiale con la Propria estasi, jadhbih (dalla radice araba jadhaba, «rapire in estasi»[25]). Gli studiosi del sufismo spiegano che jadhbih č lo «sradicamento estatico dovuto ad un intervento divino diretto e brusco», senza alcun atto di volontŕ da parte di chi ne č colto, all’«opposto del movimento verso Dio . . . (Sulūk)»,[26] che invece comporta uno sforzo di purificazione. Questa riporta alla memoria altri passi di Bahá’u’lláh nei quali Egli dice:

Questa non č che una foglia mossa dai venti della volontŕ del tuo Signore, l’Onnipotente, il Lodatissimo. Puň essa ferma restare, quando i venti tempestosi soffiano? No, per Colui Che č il Signore dei Nomi e degli Attributi! Essi la muovono a loro piacimento. Ciň che č perituro č un nulla al cospetto di Colui Che č il Sempiterno.[27]

Nel secondo emistichio Bahá’u’lláh sembra alludere alla Propria risposta a questo gratuito dono: il cantico, naghmih, e il «mistero della fedeltŕ», sirr-i-vafá. Secondo Javad Nurbakhsh, maestro sufi dell’ordine ni‘mat-alláhiyya, il termine naghmih «simboleggia la perpetuazione del “soffio della misericordia divina” e la continua effusione della grazia dell’Essere su tutti gli atomi dell’universo, cosě che al suono di questa melodia tutti si mettono a danzare».[28] Il cantico potrebbe essere un accenno alle numerose Scritture che da quel momento in poi sarebbero scaturite dalla Penna di Bahá’u’lláh, simili al «soffio della misericordia divina» (vedi anche distico uno, sei, undici, tredici, quattordici, diciannove, venti). Esse sono la fedele trascrizione della Volontŕ di Dio, affidata come impareggiabile retaggio all’umanitŕ di oggi e di giorni avvenire. La fedeltŕ, vafá, era intesa nel mondo sufi soprattutto come fedeltŕ all’antico Patto di Dio, secondo il versetto coranico: «siate fedeli [áwfuwá] al Mio Patto e io sarň fedele [uwfi] al vostro».[29] In questo senso questo emistichio č la prima intimazione della fermezza della Manifestazione di fronte alle prove inflitteGli da coloro che avrebbero voluto impedirGli di tener fede al prezioso pegno che Dio Gli aveva affidato. Questo tema si ripresenterŕ ripetutamente in successivi Scritti nei quali Bahá’u’lláh descrive le prove che ha dovuto affrontare per tener fede alla propria Missione. Il Suo comportamento costituisce una drammatica rappresentazione di quella fedeltŕ al Patto di Dio che č richiesta a ogni essere umano sulla terra, per garantire che la Volontŕ divina di pace e di giustizia per l’umanitŕ possa essere pienamente realizzata. Cosě questo concetto č accennato nel prologo delle Parole Celate arabe:

Questo č quel che č disceso dal regno della Gloria, proferito dalla lingua della forza e del potere e rivelato ai Profeti dell’antichitŕ. Noi ne abbiamo presa l’intima essenza e l’abbiamo adornata con la veste della brevitŕ quale pegno di favore ai giusti, acciocché essi possano rimanere fedeli al Patto di Dio, adempiendo nella vita la Sua consegna e ottenendo nel regno dello spirito la gemma della virtů divina.[30]

Bahá’u’lláh menziona il «mistero» della fedeltŕ. E anche la parola mistero, sirr, merita una spiegazione. Nel linguaggio sufi «mistero», sirr, sta infatti anche per realtŕ interiore, realtŕ spirituale, e quindi essenza. Se la fedeltŕ č uno degli attributi di Dio, essendo Bahá’u’lláh la Manifestazione della perfezione degli attributi di Dio, Egli puň indubbiamente esprimerne l’essenza ossia la perfezione, e questo sembra implicare la locuzione «mistero della fedeltŕ» in questo contesto.

Il secondo distico

Dalla brezza mattutina esalň                                                                   muschio del Tonchino,

Il suo odoroso effluvio si sprigiona                                                      dai Nostri capelli.

Az bád-i-abá mishk-i-Khaá gashtih padíd

Vín nafiy-i- khúush az ja‘diy-i-Má mí-rízad.

Il primo emistichio fa riferimento al tema primaverile sufi dei venti profumati. I motivi sono due: la «brezza mattutina», bád-i-abá, e il «muschio del Tonchino», mishk-i-Khaá. Nel mondo sufi i venticelli e le brezze hanno sempre connotazioni positive. La brezza, o vento d’oriente, talvolta chiamata «zefiro», č spesso descritta come messaggero d’amore, perché soffia all’alba trasportando profumo di rosa, tradizionale metafora dell’Amato. Venticelli e brezze sono spesso associati all’idea dei profumi, che hanno anch’essi connotazioni positive nel mondo sufi. Anche fra loro, come in Occidente, si dice che una persona č in odore di santitŕ. Il Corano accenna al profumo della veste di Giuseppe che ha guarito Giacobbe dalla cecitŕ.[31] Una Tradizione narra che la brezza d’oriente, chiamata nafasu’r-Ramán, respiro del Misericordioso, portň a Muammad il profumo della santitŕ di Uwaysu’l-Qaraní fin dallo Yemen dove questi abitava.[32] Il muschio č menzionato nel Corano fra le gioie del Paradiso, dove «i Pii . . . saranno abbeverati di vino squisito suggellato, suggellato di suggello di muschio (khitámuhú misk)».[33] Infine la parola Khaá indica «la Cina settentrionale»[34] e nell’antico mondo islamico il muschio migliore proveniva da due cittŕ cinesi, Khatá e Khutan. Abbiamo tradotto Tonchino perché quella č la regione dell’Estremo Oriente da cui l’Occidente oggi importa il muschio di migliore qualitŕ.

            Nel secondo emistichio si aggiunge il motivo amatorio dei «capelli (lett.: «riccioli corvini», ja‘dih, di cui l’islamista italiano Alessandro Bausani (1921-1988) scrive:

Poche immagini simboliche ricorrono con una frequenza cosě grande nella poesia tradizionale persiana come quella della treccia o lunga ciocca di capelli (zolf) dell’Amico, la cui spiegazione mistica piů comune codificata nel trattatello esplicativo di Sciabestarī (m. 1320) Golshan-e Rāz (Il Rosaio dell’Arcano), č «la pluralitŕ del mondo fenomenico che vela il volto dell’unitŕ di Dio».[35]

Bahá’u’lláh ha scritto una Tavola, intitolata Tavola dei capelli, nella quale dice fra l’altro: «I Miei capelli sono il Mio velo in cui nascondo la Mia bellezza, caso mai vi si posino occhi di non credenti fra i Miei servi. Cosě occultiamo alla vista degli empi la gloriosa e sublime beltŕ del Nostro Volto».[36] Il distico sembra dunque accennare alla bellezza di ciň che emana da Lui, dopo la divina Intimazione ricevuta, paragonandola al profumo di muschio della brezza d’oriente. Questo aroma si sprigiona dai Suoi capelli, cioč č ancora nascosto dai fatti contingenti della vita terrena.

            Lo schema dell’annuncio dato in questo secondo distico č poi seguito, sia pur con immagini diverse, anche nel terzo e nel quarto. Il primo emistichio annuncia ciň che avviene nello stadio della Divinitŕ, rivelandosi poi in quello della Manifestazione, il secondo annuncia ciň che avviene nello stadio della Manifestazione, rivelandosi poi nel mondo umano.

Il terzo distico

Il Sole dell’ornamento albeggiň                                                                       dal Volto di Dio,

Guarda il mistero della Realtŕ,                         che irradia dal Viso di Thá![‘Alí]!

Shams-i-aráz az al‘at-i-aqq kardih ulú‘,

Sirr-i-aqíqat bín, kaz Vajhiy-i-Thá mí-rízad!

I due emistichi sembrano descrivere due stadi diversi della Manifestazione di Dio. Nel primo, dal «Volto di Dio», al‘at-i-aqq, irradia il «Sole dell’ornamento», Shams-i-aráz. Sembra che questa immagine possa descrivere l’apparizione del Sole della Realtŕ, una locuzione usata nella letteratura bahá’í per indicare la realtŕ spirituale del Logos, per emanazione dall’Essenza divina. Nel secondo emistichio, dal «Viso di Thá», Vajhiy-i-Thá, irradia «il mistero della Realtŕ», sirr-i-aqíqat. In questo emistichio č introdotto un abituale artificio poetico della letteratura arabo-persiana, l’uso delle lettere dell’alfabeto per indicare simbolicamente concetti del cui nome le varie lettere sono l’iniziale o ai quali sono comunque collegate. In questo caso «Thá č la prima lettera di “Thamarih” che significa frutto. Nei suoi scritti, Shoghi Effendi chiama il Báb “Thamarih” (frutto dell’Albero) delle successive Rivelazioni di Dio».[37] Inoltre la lettera «Thá» sta anche per «‘Alí», sia perché nel computo dell’abjad essa vale 500, che č il valore numerico del nome ‘Alí, sia perché, come osserva Rafati, indica anche i due vocaboli thulth e tathth, che significano rispettivamente «un terzo»[38] e «triade, trinitŕ»,[39] e il nome ‘Alí č per l’appunto composto da tre lettere.[40] Ma poiché Bahá’u’lláh Si chiamava usayn-‘Alí, «Thá» sta anche per Bahá’u’lláh. Questo emistichio sembrerebbe dunque significare che gli attributi del Sole della Realtŕ irradiano dalla Persona tanto del Báb quanto di Bahá’u’lláh. L’accostamento delle due Dispensazioni non č insolito negli Scritti di bahá’í, che fanno spesso cenno all’identitŕ spirituale fra Bahá’u’lláh e il Báb, tanto da chiamarli «i due Fondatori» della Fede Bahá’í.[41]

La descrizione delle relazioni fra i vari stadi dell’esistenza con la metafora del sole e di uno specchio nel quale esso si riflette, tipica delle Scritture bahá’í, sembra fare qui la sua prima comparsa. In un gioco infinito di specchi la luce divina s’irradia dall’Essenza fino agli estremi confini dell’esistenza che si perdono nell’infinito. In questo caso dall’Essenza divina allo specchio del Sole della Realtŕ, dall’essenza del Sole della Realtŕ allo specchio della Persona del Báb e di Bahá’u’lláh, quella luce irradia verso le Sue creature e Bahá’u’lláh rivolge al lettore un primo invito a guardarla. In questo distico compare anche l’immagine del «Volto-Viso» divino, descritto qui con i termini arabi al‘at e Vajhih, e successivamente anche con il termine equivalente persiano Chihrih (ottavo e sedicesimo distico). Questa immagine ha origine dal Corano dove si menziona «il volto (vajhih) di Dio».[42] In seguito Bahá’u’lláh specificherŕ nel Kitáb-i-Íqán, la Sua piů importante opera dottrinaria, che ogni Manifestazione di Dio č il Volto di Dio, perché essa manifesta agli uomini tutti gli attributi e le qualitŕ di Dio.[43]

Il quarto distico

L’Oceano della purezza tuonň                                                nell’ondata dell’Incontro,

Il suo prezioso dono emerge                           dalla contemplazione dell’Essenza.[di ].

Bar-i-afá az mawj-i-Liqá kardih khurúsh,

Vín turfih ‘aá az jadhbiy-i- mí-rízad.

Tre sono i temi fondamentali di questo distico: la «contemplazione dell’Essenza / di », jadhbiy-i-Há, «l’onda dell’Incontro», mawj-i-Liqá, e «l’Oceano della purezza», Bar-i-afá. Del concetto di «contemplazione / estasi» si č giŕ detto a proposito del primo distico. Si aggiunga qui che «nelle sacre Scritture, alla lettera Há sono stati attribuiti parecchi significati spirituali, fra i quali vi č quello di essere un simbolo dell’Essenza di Dio».[44] Č l’estasi unitiva mistica elargita a Bahá’u’lláh in quanto Manifestazione di Dio da Dio stesso. Il concetto di Incontro (con Dio) , Liqá, (vedi anche il distico diciotto) č ampiamente spiegato nel Kitáb-i-Íqán, dove Bahá’u’lláh afferma che incontrare Dio significa incontrare la Sua Manifestazione.[45] L’estasi unitiva mistica č dunque un privilegio della Manifestazione di Dio soltanto. Gli uomini non vi hanno accesso. Quanto all’«Oceano della purezza», Bar-i-afá, la locuzione fa pensare a un versetto del Kitáb-i-Aqdas che dice: «In veritŕ, quando, quel primo giorno di Riván, riversammo sull’intera creazione gli splendori dei Nostri piů eccellenti Nomi e piů eccelsi Attributi, tutte le cose create furono immerse nel mare della purificazione (Bar a-ahárat)».[46] Fa pensare anche a un passo della «Tavola di Riván» che dice: «In veritŕ, abbiamo fatto spirare ogni anima in virtů della Nostra irresistibile sovranitŕ che tutto soggioga e poi, in segno di grazia verso gli uomini, abbiamo chiamato all’esistenza una nuova creazione».[47] Č l’innocenza della nuova creatura: all’inizio della Dispensazione tutto riparte da una condizione di totipontenzialitŕ, nella quale la purezza č connaturata. L’estasi unitiva mistica che Bahá’u’lláh ha conseguito qui nel nostro mondo offre agli uomini il «prezioso dono», turfih ‛atá, de «l’Oceano della purezza», Bar-i-afá.

Il quinto distico

La tesoreria dell’amore si nascose                                                          nel cuore del Fars,[di ],

Da quel tesoro d’affetto trabocca                                                    la perla della fedeltŕ.

Ganjíniy-i-ubb dar síniy-i- gashtih nihán,

Zín ganj-i-muabbat durr-i-vafá mí-rízad.

La lettera potrebbe stare per Fars, la regione persiana di cui Shíráz č la capitale. E dunque il distico potrebbe accennare alla Dispensazione del Báb che si sarebbe conclusa solo con la Dichiarazione di Bahá’u’lláh nel 1863. Le due locuzioni «tesoreria dell’amore», ganjíniy-i-ubb, e «tesoro d’affetto», ganj-i-muabbat, fanno pensare alla sacra Tradizione, adíth-i-qudsí, del Tesoro nascosto[48] e quindi al Báb, Che č l’Essere attraverso il quale Iddio Si fa conoscere e Che, in questo senso, č contemporaneamente «tesoreria» e «tesoro d’affetto». La «perla della fedeltŕ», durr-i-vafá, potrebbe essere un accenno all’impeccabile vita del Profeta-Araldo della Dispensazione bahá’í, Che nel 1850 immolň la vita a Tabríz per essere fedele al Pegno prezioso che Iddio Gli aveva affidato.

            Lo schema seguito in questo distico, che si sofferma a descrivere l’evento dell’Intimazione nello stadio della Manifestazione e dei suoi effetti a livello umano, č poi seguito, con immagini diverse, anche nei distici successivi, fino all’undicesimo, che invece apre la seconda parte di carattere esortativo.

Il sesto distico

Le delizie del vino trasparvero                                               dallo sguardo dell’Essere,

Il loro dolce arcano spilla                                                     dal canto del Signore.[di ].

Bahjat-i-mul az nariy-i-Kull shud áhir,

Ín ramz-i-malí az ranniy-i- mí-rízad.

I motivi presenti in questo distico sono contemporaneamente mistici, amatori e anacreontici. L’Essere (lett. la Totalitŕ), Kull, indica la manifestazione totale dell’essere e quindi «l’Adamo integrale».[49] Lo sguardo, narih, nel mondo sufi ha connotazioni tanto attive quanto passive. Due esempi di uso attivo: «Non tutti gli occhi hanno uno sguardo, non tutti i mari hanno perle».[50] Nella Cittŕ dell’appagamento il viandante ha «strappato le bende con un solo sguardo (nigáh, persiano di narih)».[51] Due esempi di uso passivo:

Ero un albero secco caduto sulla via.

Quand’ecco un maestro mi rivolse uno sguardo

e mi condusse alla vita,[52]

«con uno sguardo (na) Egli esaudisce centomila speranze».[53] Si puň pensare che le gioie del vino appaiano tanto da uno «sguardo» dato all’Essere, quanto da uno «sguardo» ricevuto dall’Essere. Quanto alle «delizie del vino», bahjat-i-mul, Bahá’u’lláh cosě ne descrive il significato simbolico nei Suoi Scritti:

non pensate che il vino da Noi menzionato nelle Nostre Tavole sia il vino che bevono gli uomini e che ne fa svanire l’intelligenza, che perverte la natura umana, ne cambia la luce e ne macchia la purezza. Nostro intendimento č invece quel vino che accresce nell’uomo l’amore per Dio, per i Suoi Eletti e i Suoi amati e accende nei cuori il fuoco di Dio e l’amore per Lui, la Sua glorificazione e la Sua lode. Cosě potente č questo vino che una sua goccia trasporta chi la beve fino alla Corte della Sua santitŕ e della Sua vicinanza e lo fa giungere alla presenza di Dio, il Re, il Glorioso, il Piů Leggiadro. Č un vino che cancella dal cuore del vero amante tutti i suggerimenti della limitazione, vi insedia la veritŕ dei segni della Sua unicitŕ e della Sua divina unitŕ e lo conduce al Tabernacolo del Benamato, alla presenza di Dio, il Sovrano Signore, Colui Che esiste da Sé, Colui Che tutto perdona, il Generosissimo. Con questo Vino intendevamo il Fiume di Dio e il Suo favore, la fonte delle Sue acque vive, il Vino Mistico e la Sua divina grazia. Come fu rivelato nel Corano, se siete fra coloro che comprendono. Egli disse, e quanto č vera la Sua parola: «vino delizioso a chi beve». [Corano XLVII, 15] E con Egli non intendeva altro che il vino che vi abbiamo menzionato, o genti della certezza![54]

Il vino č dunque l’amore di Dio che inebria l’anima curandola della malattia dell’attaccamento terreno. Le delizie del vino sono le delizie dell’estasi mistica. Il canto č anch’esso utilizzato come elemento capace di ispirare gioia. In questo distico la lettera sta per Rubúbiyyat, che significa signoria, il rango della Manifestazione di Dio in quanto Sovrano del mondo. Bahá’u’lláh cosě la descrive nelle Quattro Valli: «Gli eccelsi abitatori di questa magione, con gioia e letizia, si proclamano Iddii e Signori (ulúhiyyat mí-namáyand va rubúbiyyat mí-farmáyand) su prati d’estasi. Da alti seggi di giustizia emanano ordini e fanno discendere doni secondo il merito di ciascuno»[55] Sembra dunque che questo distico voglia indicare che con la discesa dei vapori della Nuvola divina la Manifestazione di Dio č apparsa nel suo stadio di Signore (Rabb) dell’umanitŕ, incominciando a elargire i Suoi doni, cioč il Suo dolce canto e il Suo vino inebriante. Rafati osserva che uno dei titoli del Báb č Rabb-i-A’lá e quindi la locuzione ranniy-i- potrebbe indicare anche «il canto» del Báb.[56]

Il settimo distico

Squillo di Tromba!                                                                                               Estasi divina!

Si espandono come un unico accordo                                   dalla volta del Cielo.

Naqriy-i-Náqúrí! Jadhbiy-i-láhútí!

Ín har du bi-yik nafkhih az javv-i-Samá mí-rízad.

I temi di questo distico sono quattro: lo «squillo di Tromba», naqriy-i-Náqúrí, l’«unico accordo (lett. Squillo)», yik nafkhih, la «volta del Cielo», javv-i-Samá, e l’«estasi divina», Jadhbiy-i-láhútí. Lo squillo e l’accordo, naqrih e nafkhih,[57] di Tromba, Náqúr,[58] la Tromba del Giudizio, rientrano nel grande tema del Giorno del giudizio, ampiamente spiegato da Bahá’u’lláh nel Kitáb-i-Íqán. RiferendoSi alla Dispensazione islamica, Bahá’u’lláh scrive che «per “tromba” s’intende lo squillo di tromba della Rivelazione di Muammad che risuonň nel cuore dell’universo e per “resurrezione” la Sua ascesa a proclamare la Causa di Dio».[59] Successivamente Egli spiega che la «resurrezione… č il Giorno in cui Dio sorge nella Sua Rivelazione che tutto abbraccia»[60] ossia il giorno dell’avvento di ciascuna delle Manifestazioni di Dio. E quindi in questo contesto lo squillo potrebbe riferirSi alla all’inizio della Sua Dispensazione. Quanto alla «volta del Cielo», javv-i-Samá, Bahá’u’lláh scrive che «il termine “cielo” denota elevazione e sublimitŕ, poiché esso č sede della rivelazione delle Manifestazioni di santitŕ, Albe d’antica gloria».[61] L’«estasi divina» sembrerebbe un ulteriore accenno all’estasi di Bahá’u’lláh che ricorre ripetutamente nella poesia (vedi distici uno, quattro, sette e diciotto). In questo caso č definita jadhbiy-i-láhútí, ossia l’estasi del Láhút, il secondo dei mondi divini della gerarchia celeste dei sufi. Questo mondo, inferiore solo al mondo di Háhút, il mondo dell’inconoscibile Essenza di Dio, č precluso a tutti fuorché alle Manifestazioni di Dio. Quanto al motivo dell’«unico accordo», yik nafkhih, potrebbe essere un altro esempio, come il terzo distico, di accostamento delle due Dispensazioni del Báb, lo «squillo di Tromba», e di Bahá’u’lláh, l’«estasi divina».

L’ottavo distico

L’Era dell’«Io son Lui» comparve                                                            dal nostro Sembiante,

Il Ciclo dell’«Egli č Lui» riluce                                          dai bagliori di .[Bahá].

Duúr-i-«Aná Hú» az Chihriy-i-Má kardih burúz,

Kuúr-i-«Huva Hú» az afiy-i-Bá mí-rízad.

Le implicazioni teologiche di questo distico possono essere spiegate alla luce di una Tradizione, secondo la quale il Promesso dell’Islam «avrebbe detto nella pienezza dei tempi [una] Parola cosě spaventosamente tremenda che i trecentotredici capi e nobili della terra sarebbe fuggiti tutti costernati come schiacciati dal suo enorme peso».[62] Taherzadeh fa notare che «Bahá’u’lláh ha spiegato in una Tavola che quella parola sarebbe stata il cambiamento di “Egli” in “Io”. Invece di dire “Egli č Dio”, la Manifestazione di Dio di questo Giorno dirŕ “Io sono Dio” e le persone prive di intendimento e percezione si allontaneranno da Lui».[63] Per comprendere meglio queste parole, č bene ricordare che nella letteratura sufi il pronome di terza persona singolare Huwa č spesso usato per indicare Dio. In effetti Bahá’u’lláh afferma: «Io sono Dio, non v’č altro Dio che me (aná alláh, lá allá ilá aná)».[64] Questa affermazione, letta alla luce delle spiegazioni sulla natura della Manifestazione di Dio e sul fatto che essa non č parte dell’Essenza divina, non ha alcuna implicazione incarnazionista. Essa appare piuttosto come una metafora per indicare la grandezza di questa Rivelazione che segna l’etŕ della maturitŕ del genere umano, che per questo č in grado di comprendere meglio lo stadio della Manifestazione di Dio. Questo distico afferma dunque che con l’intimazione del Síyyáh Chál ha avuto inizio l’Era dell’«Io son Lui». In questo distico Bahá’u’lláh usa un termine, afiy-i-Bá, che indica «superabbondanza, riempimento»[65] e quindi «emanazione, effusione», qui tradotto come si č detto «bagliore».La lettera č l’iniziale del nome di Bahá’u’lláh e quindi sembrerebbe alludere a Lui.

Il nono distico

Il Kawthar di Dio zampillň                                                                     dallo scrigno del cuore,

La sua coppa melata sgorga                                                             dalle labbra di Bahá.

Kawthar-i-aqq az uqqiy-i-dil gashtih huvaydá,

Ín sághar-i-shahd az la‘l-i-Bahá mí-rízad.

L’inizio della Rivelazione bahá’í č qui descritto facendo ricorso a motivi poetici, primaverili e amatori. «Il Kawthar di Dio», Kawthar-i-aqq, fa riferimento al Kawthar, la sorgente dalla quale sgorgano i quattro fiumi del Paradiso musulmano.[66] Questa fonte simboleggia la Parola di Bahá’u’lláh che conferisce vita spirituale a chiunque la legga e la comprenda. Gli altri motivi fanno tutti parte degli scenari amorosi della poesia mistica arabo-persiana. In questo contesto la parola cuore, dil, sembra indicare l’anima razionale, che si identifica con lo spirito dell’uomo, ed č caratterizzata dalla capacitŕ di conoscere la realtŕ materiale, intellettuale e spirituale. Č da questa realtŕ spirituale di Bahá’u’lláh, in altre Tavole identificata con il Logos, che scaturisce, come da uno scrigno, uqqih, il Suo sapere, l’acqua capace di vivificare l’arido suolo del cuore umano e di farne sbocciare il fiore della civiltŕ. La metafora delle «labbra», la‘l, ricorre anche nelle Parole Celate, dove Bahá’u’lláh dice: « Presta ascolto alle dilettose parole della Mia lingua melata e dalle Mie labbra zuccherine dissetati al rivo della santitŕ mistica».[67] Quanto al significato attribuito a questa metafora dai sufi, Nurbakhsh scrive: «Si dice che questo termine rappresenti la dimensione esoterica della “Parola”».[68] Perciň il Kawthar č come una «coppa di miele», ghar-i-shahd, che esce dalle «labbra», la‘l, di Bahá’u’lláh, un chiaro accenno alla Sua Parola e quindi alle Sue Scritture.

Il decimo distico

Il Giorno di Dio si compě                                                           con lo svelamento del Signore,

La sua nuova Bellezza sorge                                             dalla melopea di Teheran.[á].

Yawm-i-Khudá az jilviy-i-Rabb shud kámil,

Ín Naghz adíth az ghunniy-i-á mí-rízad.

Questo distico contiene quattro motivi principali: il «Giorno di Dio», Yawm-i-Khudá, lo «svelamento del Signore», jilviy-i-Rabb, la «nuova Bellezza», Naghz adíth, e la «melopea di á [eheran]», ghunniy-i-á. Quanto al «Giorno di Dio», Yawm-i-Khudá, č uno dei leit-motiv degli Scritti di Bahá’u’lláh. Il Giorno di Dio vi č ampiamente descritto come il giorno «glorificato»[69] e profetizzato «in tutte le Scritture sacre»,[70] specificamente nelle Lettere di san Pietro[71] e «per bocca del Suo Apostolo [Muammad]»,[72] «scopo fondamentale di tutta la creazione . . . il Giorno che tutti i Profeti, gli Eletti e i santi hanno desiderato vedere»,[73] il Giorno in cui «Egli, l’Antico dei giorni eterni, č venuto ammantato di maestŕ e potere»,[74] «il Giorno di Dio . . . [in cui sarŕ] esaltato il Signore, Lui solo»,[75] «il Giorno in cui nulla sarŕ menzionato fuorché il Suo Essere, l’onnipotente Protettore di tutti i mondi»,[76] «che Dio ha esaltato al di sopra di tutti gli altri giorni e nel quale il Misericordiosissimo ha riversato lo splendore della Sua fulgente gloria su tutti coloro che sono sulla terra»,[77] «il Giorno in cui la Sua piů potente grazia č stata infusa in tutte le cose create»,[78] «il Giorno in cui l’Oceano della misericordia di Dio č stato manifestato agli uomini»,[79] in cui «le potenzialitŕ inerenti allo stadio di uomo, la grande dignitŕ del suo destino sulla terra, l’innata eccellenza del suo essere si paleseranno appieno»,[80] in cui «“ . . . Dio arricchirŕ tutti della Sua abbondanza” (cfr. Corano iv, 129)»,[81] «che Dio ha disposto essere benedizione per i giusti, retribuzione per i reprobi, grazia per i fedeli e furia della Sua collera per i ribelli e gl’infedeli»,[82] il Giorno in cui «il Sole della Realtŕ sorgerŕ nel pieno del suo calore e fulgore».[83] Il Giorno di Dio si apre nel momento in cui il Signore, cioč la Manifestazione di Dio (vedi distico sei), si svela.

Il termine «svelamento», jilvih, significa alla lettera la presentazione della sposa, adorna e svelata, a quello che subito dopo diverrŕ il suo sposo ed č dunque un motivo amatorio. I sufi lo hanno interpretato come il momento in cui l’adepto esce dal suo ritiro materiale e spirituale, khalwa, dopo essere giunto all’intimitŕ con Dio, ossia a un colloquio fra la sua piů segreta essenza e Dio stesso. Nell’uscire da questa profonda esperienza spirituale il sufi si presenta a tutti adorno delle qualitŕ divine e libero dal velo dell’io. Bahá’u’lláh spiega ripetutamente che questo intimo colloquio con Dio č inaccessibile a chiunque tranne la Manifestazione di Dio. E infatti qui Egli usa questo termine riferito a Se Stesso. Nel Síyáh-Chál Egli ha conseguito l’intimitŕ con Dio. E ora Si presenta innanzi a tutti adorno delle qualitŕ divine e senza veli. Come scrive nella conclusione delle Parole Celate persiane:

La sposa mistica e meravigliosa, fino ad ora nascosta sotto i veli della favella, č stata ora, per grazia di Dio e del Suo divino favore, palesata cosě come la luce risplendente che irradia dalla bellezza del Dilettissimo. Io fo’ testimonianza, o amici, che il favore č completo, la discussione esaurita, la prova manifesta e l’evidenza accertata. Mostrate che cosa riveleranno i vostri tentativi sul sentiero della rinunzia. In tal guisa il divino favore č stato pienamente largito a voi e a tutti coloro che sono in cielo e in terra. Ogni lode a Dio, il Signore di tutti i Mondi.[84]

Quanto alla «nuova Bellezza», Naghz adíth, questa locuzione accenna a due importanti concetti: il concetto di bellezza e quello di novitŕ. Quanto alla bellezza, i sufi distinguono gli attributi di Dio in due categorie apparentemente opposte: bellezza e maestŕ (jamál e jalál), grazia e ira (luf e qahr), al-kháfi (Colui Che umilia) e al-ráfi‘ (Colui Che innalza), che possono paragonarsi al mysterium fascinans e mysterium tremendum del teologo e filosofo tedesco Rudolf Otto (1869-1937).[85] Per sostenere la precedenza gerarchica degli attributi della bellezza, che nelle parole di Ibn al-‘Arabí, da molti considerato il piů grande filosofo sufi, indica «gli aspetti di misericordia e di benevolenza  che procedono dalla Presenza (o dalla Dignitŕ) divina»,[86] su quelli della maestŕ, che indica la maestŕ terrificante e il rigore divino, i sufi citano un adíth qudsí che recita: «Quando Iddio decretň la Creazione S’impegnň scrivendo nel Suo libro che si trova presso di Lui: “La mia misericordia precede la mia ira”».[87] Bahá’u’lláh sembra confermare questa Tradizione quando scrive: «La grandezza della Sua misericordia sorpassa la furia della Sua collera e la Sua grazia abbraccia tutti coloro che sono stati chiamati all’esistenza e rivestiti del manto della vita, nel passato o nell’avvenire».[88] E pertanto la prima espressione dello «svelamento del Signore» č l’apparizione della Sua Bellezza. Quanto alla novitŕ, Bahá’u’lláh piů volte scrisse che «la beltŕ del Benamato» era apparsa in una «nuova veste».[89] Qui sembra indicare che una nuova Manifestazione č ora apparsa nel mondo.

Quanto alla «melopea di á [Teheran], ghunniy-i-á,[90] č un ulteriore accenno a un tema musicale per indicare gli Scritti di Bahá’u’lláh (vedi distico uno, sei, undici, tredici, quattordici, diciannove, venti), mentre la lettera á indica, come in molti altri Scritti di Bahá’u’lláh, Teheran, sia perché č l’iniziale del suo nome, sia perché secondo il sistema di calcolo abjad, il valore numerico di á č nove, che equivale al valore numerico del nome Bahá. Č

Secondo Rafati, le due locuzioni «svelamento del Signore», jilviy-i-Rabb, e «melopea di á», ghunniy-i-á, sono riferite rispettivamente al Báb, uno dei Cui appellativi era, come si č giŕ detto, Rabb-i-A’lá, e a Bahá’u’lláh. Pertanto, il distico significherebbe che con lo «svelamento» del Báb si sono completate tutte le profezie del Giorno di Dio e ora la «nuova Bellezza» della realizzazione di tutte le promesse di Dio sgorga dal «canto» di Bahá.[91]

            Da un punto di vista puramente formale questo distico potrebbe essere considerato un distico di passaggio, gurízgáh, che consente di chiarire meglio il significato della prima parte e nello stesso tempo prepara alla seconda parte esortativa. Se questo evento segna l’inizio del tanto atteso Giorno di Dio il suo annuncio riguarda tutti.

La seconda parte esortativa: l’invito alla testimonianza

L’undicesimo distico

Guarda i bagliori della Gloria!                                             Guarda i vapori della Nube!

S’innalzano come un solo cantico                                                   dagli accenti di Dio.

af-i-Bahá’í bín! Rash-i ‘Amá’í bín!

Kín jumlih zi-yik naghmih az lan-i-Khudá mí-rízad.

Con l’undicesimo distico incomincia la serie delle ventisei esortazioni ai lettori, quasi una litania, a essere testimoni dell’evento dell’Intimazione. Il concetto di creazione come emanazione č ripetutamente spiegato negli Scritti bahá’í. Esso č inteso come apparizione delle qualitŕ e degli attributi di un grado superiore della realtŕ in un grado inferiore. In questo caso dalla gloriosa, Bahá’í, realtŕ della Nuvola divina, ‘Amá, emana per straripamento, af, ed effusione, rash, gli «accenti di Dio», lan-i-Khudá. Fra i numerosi significati del termine lan vi č anche quello di «dire una cosa e intenderne un’altra, in modo da farsi capire solo dagli iniziati . . . significato, specie nascosto, di una parola».[92] Sembra dunque un’allusione alla sapienza segreta di Dio che si effonde in quella circostanza in un canto che tutte le orecchie attente possono udire.

Il dodicesimo distico

Guarda il Mistico dell’eternitŕ!                                        Guarda l’Aurora della santitŕ!

Guarda il possente Personaggio,                                    che si erge dall’eccelso Trono!

Máhíy-i-Sarmad bín! al‘-i-munazzih bín!

adr-i-mumarrad bín, kaz ‘Arsh-i-‘alá mí-rízad!

Il vocabolo máhí significa «pesce».[93] Nella terminologia sufi il temine máhí, in quanto «pesce», č spesso usato per indicare il «perfetto mistico», che nuota nel mare della gnosi. E in questo contesto questa lettura sembra avere un senso piů accettabile rispetto a «luna», perché negli Scritti bahá’í il termine «Luna» č abitualmente usato per indicare santi personaggi e non le Manifestazioni di Dio. Per esempio Bahá’u’lláh scrive: «i termini “sole”, “luna”, “stelle” significano, innanzi tutto, i Profeti di Dio, i santi e i loro compagni».[94] ‘Abdu’l-Bahá chiama Quddús «Luna della guida divina»[95] e Shoghi Effendi scrive che ‘Abdu’l-Bahá č «la Luna dell’Astro Centrale di questa santissima Dispensazione».[96]. Esso descriverebbe dunque Bahá’u’lláh, in quanto perfetto ‘arif, ossia detentore della suprema ed eterna, sarmad,[97] sapienza divina.

Nel primo emistichio Bahá’u’lláh annuncia «l’Aurora della santitŕ», al‘-i-munazzih, un motivo primaverile che potrebbe descrivere il Giorno di Dio annunciato nel decimo distico. Il vocabolo munazzih č spesso usato nel lessico tecnico sufi per indicare ciň «che trascende ogni forma, intelligibile . . . immaginabile . . . sensibile»[98] e in particolare la trascendenza e l’alteritŕ di Dio. Nel secondo emistichio lo stesso annuncio č fatto ricorrendo a motivi diversi: «il possente Personaggio (lett. petto)», adr-i-mumarrad, e «l’eccelso Trono», ‘Arsh-i-‘alá. Nel lessico sufi, il «petto», adr, indica il cuore nel suo aspetto piů esterno, in quanto «sede dei pensieri e delle intenzioni»,[99] ed č abitualmente collegato all’«elemento esteriore, istituzionale della religione».[100] I sufi ritengono che il petto di Muammad, Uomo perfetto, sia stato perfettamente purificato e a questo proposito narrano una leggenda:

Il Profeta bambino . . . mentre con altri coetanei pascolava il gregge, fu afferrato da due uomini (angeli) vestiti di bianco, che lo gettarono a terra; gli aprirono il Petto (Cor. xciv, 1 sarebbe secondo la Tradizione un accenno a questo), ne estrassero un grumo di sangue nero, e, presa un po’ di neve che avevano portato con sé in una tazza d’oro, ne lavarono il cuore e il ventre. Poi, richiuso il seno di Muammad, scomparvero.[101]

Il Trono, ‘Arsh, di Dio č spesso menzionato negli Scritti bahá’í per accennare alla sovranitŕ di Dio. In questo caso la connotazione «eccelso» ‘alá, potrebbe essere un riferimento a Dio nella Sua trascendenza. Pertanto l’emistichio potrebbe essere un accenno all’insediamento della Manifestazione di Dio sull’eccelso Trono donde potrŕ emanare le luminose leggi sulle cui basi le future istituzioni saranno fondate a beneficio dell’umanitŕ. Come č scritto nelle Sette Valli, la massima opera mistica di Bahá’u’lláh: «Coloro che bevono da queste coppe dimorano nei padiglioni della Potenza al di sopra del Trono dell’Antico dei Giorni (‘Arsh-i-Qidam) e sono assisi nelle tende della Sublimitŕ sullo sgabello della Magnificenza».[102]

Il tredicesimo distico

Guarda la Palma del paradiso!                                     Ascolta il tubio della Colomba!

Ascolta la melopea del Gloriosissimo,    che si leva dal luccichio della purezza.

Nakhliy-i-úbá bín! Ranniy-i-Varqá bín!

Ghunniy-i-Abhá bín, kaz lam‘-i-afá mí-rízad!

Il Paradiso islamico č luogo di gioie, metaforicamente descritte come delizie terrene. E per un popolo del deserto le delizie di un rigoglioso giardino sono fra le piů attraenti. Ecco dunque l’origine del paradiso come giardino di delizie. In esso vi sono numerosi alberi. Nel mondo islamico la palma č l’albero piů sacro, non solo per la sua preziositŕ in un mondo dalle grandi distese desertiche, ma anche per le parole che ne dice il Corano, nel quale essa simboleggia la magnificenza del creato. E dunque fra gli alberi del paradiso non puň mancare «la Palma», nakhlih. Qui Bahá’u’lláh la associa al termine coranico úbá, dal versetto «coloro che credono, coloro che operano il bene, ad essi fortuna (úbá), ad essi ritorno buono, a la fine!».[103] In questo versetto Bausani traduce «fortuna» la parola úbá, che i dizionari definiscono «gaudio, beatitudine»[104] oppure «buono, eccellente; migliore, ottimo . . . cose lecite o eccellenti . . . nome di un albero del paradiso»,[105] e che Yusuf Ali (1872-1953), autore di una monumentale traduzione inglese del Corano con ampio commento e pioniere del dialogo interreligioso, traduce «blessedness [beatitudine]» con il seguente commento:

ūbā: intimo stato di soddisfazione, gioia interiore difficile da descrivere a parole, ma che rispecchia la vita dei buoni, nella buona e nella cattiva sorte, nel bene e nel male. C’č sempre inoltre la meta finale alla quale gli occhi sono rivolti, la magnifica Dimora dell’eterno riposo nell’Aldilŕ, una volta finite le lotte della vita. Quella Meta č Dio stesso.[106]

Dato che l’albero di úbá č un albero del paradiso, abbiamo tradotto la «Palma del paradiso», ma si sarebbe anche potuto tradurre la «Palma della gioia». Vi č una grande somiglianza fra questa «Palma del paradiso» e il Sadratu’l-Muntaha,

[a]lla lettera «l’Albero di Loto dell’estremo limite», tradotto da Shoghi Effendi «l’Albero oltre il quale non si passa». Nell’Islam il termine č usato, per esempio nei racconti del Viaggio Notturno di Muammad, come simbolo per indicare il punto dei cieli oltre il quale né uomini né angeli possono andare nel loro avvicinamento a Dio e pertanto per delimitare i confini del sapere divino rivelato all’uomo. Quindi negli Scritti Bahá’í č spesso usato per indicare la Manifestazione di Dio.[107]

Ad essa Bahá’u’lláh associa il tema dell’Usignolo con i suoi gorgheggi o della Colomba con il suo tubio, ranniy-i-Varqá, una metafora che ricorre spesso negli Scritti bahá’í a indicare Bahá’u’lláh stesso. Dato che la delizia maggiore del giardino del Paradiso č la Presenza di Dio, qualunque canto vi si ascolti č evidente metafora della «melopea del Gloriosissimo», ghunniy-i-Abhá. Anche in questo distico, come nel quarto e poi nel ventesimo, Bahá’u’lláh accenna alla purezza, questa volta come «bagliore», lam‘-i-afá.

Il quattordicesimo distico

Ascolta il ritornello persiano!                                                          Ascolta il tamburello arabo!

Guarda la Mano divina,                      che si protende dal rullio del «No»![Non v’č altro Dio]!

Áhang-i-’Iráqí bín! Daff-i-ijází bín!

Kaff-i-ilahí bín, kaz arbiy-i-«Lá» mí-rízad!

La musica, pur essendo proibita dall’Islam, č usata nella poesia mistica arabo-persiana come immagine dalle connotazioni altamente positive. Nel primo emistichio di questo distico si fa cenno a ben noti stili musicali tradizionali persiani, áhang-i-‘Iráqí, e arabi, daff-i-ijází, per indicare la melodia spirituale della Rivelazione di Bahá’u’lláh. Nel secondo emistichio sono contenuti due ben noti motivi della lirica mistica, «la Mano divina», Kaff-i-ilahí, e il «rullo del “No [non v’č altro dio]”», arbiy-i-«Lá». Quanto alla «Mano divina», essa č un primo riferimento al motivo della «mano bianca» di Mosč, che rappresenterŕ poi il tema fondamentale del diciassettesimo distico. Il «rullo del “No [non v’č altro dio]”», arbiy-i-«Lá» č un altro ben noto motivo della poesia mistica. Il «No» č riferito al «non v’č altro dio» della shaháda, l’atto di fede islamico la cui prima parte recita: «Non v’č altro dio all’infuori di Dio». I sufi suddividono questa prima parte della shaháda in due parti: la prima, «non v’č altro dio», č la negazione dell’esistenza di un altro dio e la seconda, «all’infuori di Dio», č l’affermazione dell’esistenza dell’unico vero Dio. Il «no» č interpretato dai sufi come la fase dell’annientamento, faná, ossia la negazione e il superamento degli attributi personali, attraverso la quale č necessario passare per poter giungere alla sussistenza in Dio, báqá, ossia l’affermazione e l’acquisizione delle qualitŕ divine. In questo caso č l’estasi dell’annientamento che consente alla «Mano divina», Kaff-i-ilahí, di protendersi verso l’umanitŕ porgendole il canto persiano e arabo degli Scritti di Bahá’u’lláh. Il tema dell’annientamento verrŕ poi ripreso nell’ultimo distico. La locuzione il «rullo del “No”» č inoltre un’elegante ripresa della precedente locuzione «il tamburello arabo».

Il quindicesimo distico

Guarda il Volto divino!                                                      Guarda la Vergine del cielo!

Guarda lo svelamento umano,                      che traspare dal mistero della Nube!

al‘at-i-láhútí bín! úríy-i-háhúti bin!

Jilviy-i-násútí bín, kaz sirr-i-‘Amá mí-rízad!

In questo distico Bahá’u’lláh menziona «il Volto divino», al‘at-i-láhútí, «la vergine del Cielo», úríy-i-háhúti, e lo «svelamento umano», jilviy-i-násútí, «che s’irradia dal mistero della Nuvola divina», sirr-i-‘amá. Del Volto e dello svelamento si č giŕ detto a proposito dei distici terzo e decimo. Quanto alla Damigella, o Ancella, o Vergine del cielo, úrí, č il primo accenno a questo tipico motivo degli Scritti di Bahá’u’lláh, che indica la personificazione del Piů Santo Spirito, lo stesso Spirito che a Mosč apparve come Roveto Ardente, a Gesů come la colomba che discese su di Lui mentre Si trovava nel Giordano e a Muammad come angelo Gabriele.[108] La Vergine proviene dal sommo cielo, Háhút, il cielo dell’impenetrabile Essenza divina, e assume un volto visibile, al‘at, nel Regno di Láhút, lo stadio divino accessibile solo alle Manifestazioni di Dio. Ora questa realtŕ spirituale, nata dal «mistero della Nuvola divina», emerge dal suo intimo colloquio con la Divinitŕ per svelarsi (jilvih) nel regno di Násút, lo stadio umano dei mondi dell’esistenza. Con tre sintetiche immagini Bahá’u’lláh descrive il misterioso processo mediante il quale la Bellezza divina mostra all’uomo quel tanto di Sé che la Sua creatura č in grado di comprendere. Infine la locuzione «mistero della Nube», sirr-i-‘Amá, potrebbe anche essere tradotto «Essenza della Nube».

Il sedicesimo distico

Guarda il Volto immortale!                                                    Guarda il Sembiante del Coppiere!

Guarda il liquore cristallino,                                              che goccia dal Nostro calice!

Vajhiy-i-báqí bín! Chihriy-i-Sáqí bín!

Raqq-i-zujájí bín, kaz kú’biy-i-Má mí-rízad!

Nel primo emistichio Bahá’u’lláh descrive Se stesso come «il Volto immortale», Vajhiy-i-báqí, e «il Sembiante del Coppiere», Chihriy-i-Sáqí, due motivi, amatorio l’uno e anacreontico l’altro, molto comuni nella lirica mistica arabo-persiana. Dell’immagine amatoria del volto si č giŕ detto a proposito del terzo distico. Quanto all’immagine anacreontica del Coppiere, Sáqí, i poeti mistici arabo-persiani collegano questa figura «alla leggenda mistica secondo la quale in principio l’Amore Divino, il coppiere (sāqī) inteso come Dio-Amato, versň il vino per Dio-Amante in quaranta successive albe e cosě creň il mondo».[109] In questo caso Bahá’u’lláh descrive Se stesso come il Coppiere che mesce «il liquore cristallino», raqq-i-zujájí, della Rivelazione dal Suo «calice», kú’bih.

Il diciassettesimo distico

Guarda il fuoco di Mosč!                                                                   Guarda il niveo Candore!

Guarda il cuore del Sinai,                                           che appare dalla Mano luminosa!

Átash-i-Músá bín! Baya[t]-i-bayá bín!

Síniy-i-Síná bín, kaz Kaff-i-saná mí-rízad!

Questo distico, tutto giocato sui classici motivi della storia di Mosč, il Roveto ardente («il fuoco di Mosč», Átash-i-Músá), la Mano bianca protesa («il niveo Candore», Baya[t]-i-bayá e la «Mano luminosa», Kaff-i-saná) e il Sinai («il cuore del Sinai», Síniy-i-Síná), č cosě commentato da Stephen N. Lambden, esperto di studi religiosi e di islamistica: «Qui si dice che Bahá’u’lláh ha manifestato nel suo mistico essere il Fuoco sinaitico e la mano bianca di Mosč (vedi Esodo iv, 6-7 e Corano vii, 105, eccetera). La luce che si irradiň dal “Sinai” dal “grembo” (o intimo essere) di Mosč risplende dal “Palmo” o dalla “Mano” della persona di Bahá’u’lláh».[110] I sufi spiegano che «candore significa l’Intelletto primo, il centro della nuvola primeva (‘amā’), la prima cosa che emerge dall’oscuritŕ dell’invisibile, la massima sorgente di luce in quel regno, descritto come candore in contrapposizione all’oscuritŕ dell’invisibile».[111] Bahá’u’lláh offre una chiave di lettura degli episodi della vita di Mosč nel Kitáb-i-Íqán, dove scrive: «Armato della verga del dominio celeste, adorno della bianca mano della sapienza divina (bayáy-i-ma‘rifat), procedendo dal Párán dell’amore di Dio, brandendo il serpente della potenza e della maestŕ eterna, Egli [Mosč] apparve sul mondo dal Sinai della Luce (sánáy-i-núr)».[112] In altre Tavole Bahá’u’lláh attribuisce a Sé stesso il segno della Mano bianca e della verga di Mosč: «“Questa č la Mia mano che Dio ha fatto diventare bianca perché tutti i mondi la possano mirare. Questa č la Mia verga; se la gettassi a terra, in veritŕ, inghiottirebbe tutte le cose create”».[113] Questo distico potrebbe dunque essere un invito a guardare i portenti del Roveto ardente e della Mano bianca di Mosč ripetersi ora in Lui, la nuova Manifestazione inviata da Dio nel mondo.

Il diciottesimo distico

Ascolta i gemiti degli ebbri!                                                   Guarda il rapimento del giardino!

Guarda l’estasi del creato,                                 che promana dalla corte dell’Incontro!

Náliy-i-mastán bín! álat-i-bustán bín!

Jadhbiy-i-hastán bín, kaz an-i-Liqá mí-rízad!

Questo distico descrive le conseguenze della Sua Intimazione sul mondo creato, facendo riferimento a motivi mistici, anacreontici e primaverili: «i gemiti degli ebbri», náliy-i-mastán, «il rapimento del giardino», álat-i-bustán, «l’estasi del creato», Jadhbiy-i-hastán, «la corte dell’Incontro», an-i-Liqá. Gli ebbri, mastán, sono coloro che hanno bevuto il Vino della Rivelazione e sono quindi usciti di senno, ossia hanno smesso di usare l’intelletto secondo le regole del mondo umano e imparato a usarlo secondo quelle del mondo divino. Essi si lamentano perché sono innamorati dell’Amato e per loro non c’č vicinanza sufficiente ad appagarli. Il «rapimento del giardino», álat-i-bustán, fa pensare al giardino descritto nelle Parole Celate:

Proclamate a tutti i figli della certezza, che nei reami della santitŕ, nei pressi del celestiale paradiso, č apparso un nuovo giardino intorno al quale incedono i cittadini del supremo regno e gli immortali abitatori dell’eccelso Paradiso. Sforzatevi dunque di raggiungere quello stadio, onde possiate scoprire nei suoi anemoni i misteri dell’amore e dai suoi eterni frutti apprendere il segreto della divina e perfetta saggezza. Ricreŕti sono gli occhi di coloro che v’entrano e vi dimorano.[114]

oppure al giardino della Cittŕ Immortale descritto nel Kitáb-i-Íqán, nel quale

ogni filo d’erba racchiude i misteri d’una saggezza imperscrutabile e sopra ogni roseto miriadi di usignoli, in estasi benedetta, innalzano le loro melodie. I suoi tulipani meravigliosi svelano il mistero del Fuoco imperituro del Roveto Ardente e i suoi soavi aromi di santitŕ spandono il profumo dello Spirito Messianico. Senz’oro concede dovizia e conferisce immortalitŕ senza morte. In ogni sua foglia sono racchiuse delizie ineffabili e in ogni recesso sono celati infiniti misteri.[115]

Sono, questi, evidenti accenni alla Sua Rivelazione. L’«estasi del creato», jadhbiy-i-hastán, fa pensare ad altri passi dove Egli descrive la gioia che ha colto tutte le creature al Suo apparire, come la «Law-i-Karmil»[116] e una delle numerose Tavole di Riván.[117] Al concetto di Incontro, Liqá, si č giŕ accennato a proposito del quarto distico.

Il diciannovesimo distico

Guarda la grazia dell’Essenza![di ]                                            Guarda l’avvenenza di ![Bahá]!

Ascolta il canto del Fars,[di ]                       che si effonde dalla Penna di Bahá!

Ghanjiy-i-Há’í bín! arziy-i-Bá’í bín!

Ranniy-i-Fá’í bín, kaz Kilk-i-Bahá mí-rízad!

Anche in questo distico, come nei distici tre, quattro, cinque, sei, otto e dieci, si usano lettere dell’alfabeto persiano in modo emblematico, la , per húwiyyat, ipseitas, o Essenza divina e la per il Fars. Compaiono poi altri motivi amatori, anacreontici e mistici della lirica arabo-persiana: «la grazia di [dell’Essenza]», ghanjiy-i-á, «l’avvenenza di [di Bahá]», arziy-i-Bá, «il canto di », ranniy-i-Fá, la «Penna di Bahá», Kilk-i-Bahá. La grazia e l’avvenenza sono attributi comunemente associati alla figura mistica dell’Amato. Quanto alla Penna, č uno dei molti simboli sufi di origine coranica. Secondo i sufi la metafora coranica della Penna suprema (al-qalamu’l-a’lá, LXVIII, 1) che scrive sulla Tavola preservata (al-lawu’l-ma) le sue divine parole, non allude solo all’origine del Testo sacro, ma anche alla creazione di tutto ciň che č. Questa metafora descriverebbe, cioč, la bipolaritŕ del mondo del Láhút e, piů specificamente, la Penna suprema (al-qalam al-a’lá) indicherebbe l’atto della creazione in quanto forza creatrice e la Tavola preservata (al- law’l-mafú) indicherebbe l’oggetto creato in quanto pura potenzialitŕ. Alla luce di un adíth qudsí che recita: «Muammad č la prima cosa che ho creato dalla Luce del Mio Volto»,[118] i sufi identificano la realtŕ spirituale di Muammad con la Penna suprema e l’Intelletto primo e in Lui vedono, nelle parole del sufi persiano ‘Abdu’l-Qádir al-Jílání (1078-1166) «il principio e la realtŕ dell’universo. L’ha affermato lui stesso con le parole: “Io provengo da Allâh, ed i credenti provengono da me”. L’Altissimo ha creato tutti gli spiriti a partire dal suo spirito nel regno della natura divina (‘âlam al-lâhűt)».[119] In termini filosofici occidentali, questo stadio corrisponde all’Intelletto primo di Plotino e al Logos (o Parola) del Vangelo secondo Giovanni. Anche Bahá’u’lláh usa questa metafora in un senso che sembrerebbe sovrapponibile a quello sufi. Per esempio Egli scrive: «la Tua eccelsa penna traccia le pagine delle Tue Tavole, versando il muschio dei reconditi significati sul regno della creazione»[120] e «Hai ispirato alla Penna i misteri della Tua eternitŕ, le comandasti d’insegnare all’uomo ciň che egli non sapeva»,[121] dove sembra usare il simbolo della Penna per indicare la forza ispiratrice dei Suoi Scritti. Scrive inoltre: «Attesto, inoltre, che con un sol tratto della Tua Penna č stata sancita la Tua ingiunzione “Sii Tu”, e il Segreto celato di Dio č stato palesato, e tutte le cose create sono state chiamate all’esistenza, e tutte le Rivelazioni sono state inviate»,[122] dove sembra usare il simbolo della Penna per descrivere l’atto della creazione. In questo verso la lettera , che come si č detto indica il Báb, potrebbe essere un ulteriore accenno all’unitŕ mistica fra le due Manifestazioni gemelle. Dalla «Penna di » si effonde «il canto di ». Rafati spiega questo distico come un invito a guardare la grazia della Gloriosa Beltŕ (Bahá’u’lláh) e ad ascoltare la stessa melodia del Báb che ora si effonde dalla Sua Penna.[123]

Il ventesimo distico

Efflusso di Rivelazione!                                                           Vapori di purificazione!

Cinguettio d’uccelli, che risuona                                  dalla fonte dell’Annientamento.

af-i-uhúr ast ín! Rash-i-uhúr ast ín!

Ghann-i-uyúr ast ín, kaz ‘ayn-i-faná mí-rízad.

Il ventesimo distico riprende e sviluppa il tema del titolo con motivi primaverili. Bahá Si č annientato, faná, nella Sua estasi unitiva mistica e dal Suo annientamento č straripata, af, come da una fonte, ‘ayn, la Sua Rivelazione, uhúr, simile a vapori, rash, a cinguettio d’uccelli, ghann-i-uyúr. Nel distico compare nuovamente il concetto della purezza, uhúr, che, secondo Rafati, č un’allusione al versetto del Corano «e di bevanda purissima li abbevererŕ il Signore (saqihim rabbihim sharábin tahurin)»,[124] un versetto coranico che descrive le beatitudini non solo dell’aldilŕ, ma anche dell’ultimo Giorno che, nelle spiegazioni di Bahá’u’lláh, č il giorno dell’avvento delle Manifestazioni di Dio.

La poesia si conclude con un ultimo di quei giochi di parole che tanto piacciono ai poeti arabo-persiani. La parola ‘ayn infatti non significa solo «fonte», ma anche «essenza» e «occhio» e quindi l’ultima locuzione potrebbe anche significare «dall’essenza dell’Annientamento» o anche «dall’occhio dell’Annientamento».



[1] Questa traduzione si basa sul testo di Vahid Rafati, direttore del Dipartimento delle Ricerche della Casa Universale di Giustizia, distribuito durante uno degli ‘Irfán Colloquia in lingua persiana e pubblicato in Vaíd Rafati, «Áthár-i-munzilih as Qalam-i-A‘lá dar Írán: Qaídiy-i-Rash-i-‘Amá», Safíniy-i-‘Irfán (Studies in Bahá’í Sacred Texts), vol. 2 (‘Asr Jadí, Darmstadt, 1999), p. 50-86. Nell’elaborazione di questa traduzione si č tenuto ampiamente conto delle due traduzioni provvisorie apparse in rete, quella di Sthephen N. Lambden, «“Rash-i-‘Amá”, Sprinkling of the Cloud of Unknowing», Bahá’í Studies Bulletin, vol. 3, n. 2 (settembre 1984) e quella di Ramin Neshati, Translation of Baha’u’llah’s Rashh-i-Ama (The Mist of Unknown), reperibile nel sito <http://bahai-library.org/provisionals>. Gli ‘Irfán Colloquia sono una serie di convegni e seminari, tenuti separatamente in lingua inglese, tedesca e persiana, che intendono promuovere lo studio sistematico di tutte le Scritture dal punto di vista bahá’í nonché delle Scritture, delle veritŕ e dei principi fondamentali della Fede bahá’í, inaugurati nel 1993 e finanziati da un fondo istituito in memoria di Haj Mehdi Arjmand (1861-1941), un illustre biblista iraniano bahá’í. Il nome ‘irfán viene da una parola arabo-persiana che indica la conoscenza mistica, teologica e spirituale. Questa traduzione non avrebbe potuto essere completata senza il consiglio di alcune persone gentili (in ordine alfabetico): Paridukht Ahdieh, Lily Ayman, Steve Lambden, Faezeh Mardani, Vahid Rafati, Ramsey Zeine.

[2] Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, 2a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2004), cap. vii, par. 36.

[3] Adib Taherzadeh, The Revelation of Bahá’u’lláh. Baghdád, 1853-63, ed. riv. (Gorge Ronald, Oxford, 1976), p. 45.

[4] Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 50.

[5] Bahá’u’lláh scrive: «Finora coloro che da Me si sono discostati e M’hanno smentito non hanno riconosciuto Colui Che inviň quel che fu trasmesso all’Araldo, il Punto Primo! La conoscenza di ciň č presso Dio, Signore dei mondi» (Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, [Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1980], p. 61).

[6] Nabíl-i-A‘am scrive che nei ventidue giorni trascorsi a Badasht, Bahá’u’lláh «rivelň ogni giorno una Tavola» (Nabíl-i-A‘am, Gli Araldi dell’Aurora. La narrazione delle origini della Rivelazione Bahá’í scritta da Nabíl. Tradotto dall’edizione inglese di Shoghi Effendi [Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1978], p. 273).

[7] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 50-1.

[8] Alessandro Coletti e Hanne Coletti Grűnbaum, Dizionario Persiano-Italiano classico, moderno, familiare con dati storici, geografici, letterari, presentato da Alessandro Bausani (Centro Culturale Italo-Iraniano, Roma, 1978), s.v. «rihtan», p. 392.

[9] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, 99. Shoghi Effendi afferma: «“Anno nove” č l’abbreviazione di 1269 ah. L’Anno nove ebbe inizio circa due mesi dopo che Egli (Bahá’u’lláh) fu imprigionato in quella segreta. Non sappiamo in quale preciso momento abbia ricevuto la prima intimazione . . . Pertanto consideriamo Anno santo tutto l’Anno nove e dobbiamo dare importanza . . . all’intero anno a partire dall’ottobre 1852» (a nome di Shoghi Effendi, Bahá’í News [National Spiritual Assembly of the Bahá’ís of the United States, Wilmette, Illinois], n. 252 [febbraio 1952], p. 5 e Directives of the Guardian [Bahá’í Publishing Trust, New Delhi, s.d.], p. 77). Pertanto Rash-i-’Amá potrebbe essere stata rivelata fra l’ottobre 1852 e il 12 gennaio 1853, giorno in cui Bahá’u’lláh lasciň definitivamente Teheran per seguire la via dell’esilio.

[10] Taherzadeh, The Revelation of Bahá’u’lláh. Baghdád, 1853-63, ed. riv. (Gorge Ronald, Oxford, 1976), p. 45, 46.

[11] ibidem p. 46.

[12] Antonino Pagliaro e Alessandro Bausani, La letteratura persiana (Sansoni, Firenze, 1968), p. 176.

[13] Coletti, Coletti Grűnbaum, Dizionario Persiano-Italiano, s.v. «rašh», p. 374.

[14] Ibn ‘Arabí, Futúát II, 310, citato in Corbin Creative Imagination in the ūfism of Ibn ‘Arabī, trad. Ralph Manheim (Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1969), p. 185. Le Tradizioni (adíth) islamiche sono una serie di racconti su ciň che Muammad (o per gli sciiti anche gli Imam) disse o fece nel corso della Sua vita, raccolti da cosiddetti «compilatori», devoti credenti che subito dopo la Sua morte si misero in viaggio per intervistare tutti coloro che avevano incontrato di persona il Profeta e preservare un ricordo scritto delle loro memorie.

[15] Francis Joseph Steingass, Arabic-English Dictionary. Companion volume to the author’s English-Arabic Dictionary (Crosby Lockwood and Son, Londra 1993), s.v. «‘ama», p. 728. Cfr. Antonio Campisi, Lessico della teologia islamica (Rubbettino, Soveria Mannelli, Catanzaro1994), s.v. «‘my» 90.

[16] Cfr. Malek Chebel, Dictionnaire des symboles musulmans. Rites, mystique et civilisation (Albin Michel, Parigi. 1995), s.v. «Fayd», p. 164. Cfr. anche Ibn ‘Arabí, Futúát al-Makkiyya II, 61.33, citato in William C. Chittick, The Self-Disclosure of God. Principles of Ibn al-‘Arabi Cosmology (State University of New York Press, Albany, 1998), p. 49-50.

[17] Cfr. Ibn ‘Arabí, Futúát al-Makkiyya II, 310.17, citato in William C. Chittick, Sufi Path of Knowledge: Ibn al-‘Arabī’s Metaphysics of Imagination (State University of New York Press, Albany, 1989), p. 126. Sarebbe interessante studiare l’equivalente occidentale di questo concetto, non solo nella Bibbia, dove si accenna a una nube teofanica che avvolge la presenza divina, per esempio la «colonna di nube» di Genesi XIII, 21, o la nube «tenebrosa » di Genesi XIV, 20, ma anche in testi come La nube della non conoscenza, di un anonimo autore inglese del XIV secolo (Adelphi, Milano, 1998)

[18] Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, 2a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2004), cap. VIII, par. 28.

[19] Bahá’u’lláh, Parole Celate, dall’arabo, n. 3.

[20] Hans Wehr, A Dictionary of Modern Written Arabic (Arabic-English) a cura di J. Milton Cowan, 4a ed. (Otto Harassowitz, Wiesbaden 1979), s.v. «rašaa», p. 394.

[21] Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic, s.v. «afaa», p. 657.

[22] Campisi, Lessico, s.v. ‘ğlw,’ p. 27.

[23] Francis Joseph Steingass, A Comprehensive Persian-English Dictionary including the Arabic words and phrases to be met with in Persian literature (Routledge, Londra e New York 1998), s.v. ‘tajallď,’ p. 283.

[24] Bahá’u’lláh, «Law-i-‘Abdu’r-Razzáq», in Spigolature dagli Scritti, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), sez. lxxviii, par. 3, Muntakhabátí az Áthár-i-arat-i-Bahá’u’lláh (Bahá’í-Verlag, Hofheim-Langenhain, 1984), p. 102.

[25] Campisi, Lessico, s.v. «ğdb», p. 26.

[26] Marcello Perego, Le parole del sufismo. Dizionario della spiritualitŕ islamica(Mimesis, Milano 1998), s.v. «Jadhba», p. 20.

[27] Bahá’u’lláh, Gli Inviti del Singore degli Eserciti (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), h192.

[28] Javad Nurbakhsh, Sufi Symbolism: The Nurbakhsh Encyclopedia of Sufi Terminology (Farhang Nurbakhsh), vol. 1 (Khaniqahi-Nimatullah Publications, Londra 1986), p. 174.

[29] Corano II, 40.

[30] Bahá’u’lláh, Le Parole Celate di Bahá’u’lláh.

[31] Cfr. Corano XII, 93-6.

[32] Uwaysu’l-Qaraní era «un leggendario o semileggendario contemporaneo di Muhammad che si dice sia morto durante la battaglia di iffīn nel 37/657, combattendo a fianco di ‘Alī . . . [La leggenda dice che] Muammad e Uways corrispondevano telepaticamente» (Encyclopaedia of Islam [Koninklijke Brill NV, CD-ROM Edition v. 1.0, Leida, Olanda, 1999], s.v. «Uways al-aranī»).

[33] Corano lxxxiii, 22, 25-6.

[34] Steingass, A Comprehensive Persian-English Dictionary, s.v. «khaā», p. 466.

[35] Pagliaro e Bausani, Letteratura persiana, p. 167.

[36] Bahá’u’lláh, citato in Bahá’í News (National Spiritual Assembly of the Bahá’ís of the United States and Canada, West Englewood Cliffs, New Jersey), n. 121 (dicembre 1938), p. 11.

[37] «nota 1», in Il Báb, Antologia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1984), p. 3. Siyyid ‘Alí Muammad, detto il Báb (1819-1850), č contemporaneamente il Fondatore della religione bábí e l’araldo della Dispensazione bahá’í.

[38] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «al, ul», p. 346.

[39] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «ta», p. 282.

[40] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 64.

[41] Cfr. per esempio Shoghi Effendi, 30 marzo 1937, Messages to America (Bahá’í, Publishing Committee, Wilmette, Illinois, 1947), p. 8.

[42] Cfr. Corano II, 115, XXVIII, 88 eccetera.

[43] Cfr. Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán. Il Libro della Certezza, 2a ed. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1994), par. 152.

[44] «Note», in Bahá’u’lláh, Kitab-i-Aqdas, p. 166, nota 28.

[45] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, par. 152. Il termine deriva da Corano XVIII, 110.

[46] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas, p. 75. ahárat č l’equivalente arabo per persiano afá’.

[47] Bahá’u’lláh, «Law-i-Riván», Spigolature, sez. XIV, par. 5.

[48] Le sacre Tradizioni sono quaranta tradizioni dette aádíth qudsíyyih (sing. adíth qudsí) nelle quali, Dio parla direttamente per bocca del Profeta. Ad esse č attribuito un valore di poco inferiore a quello del Corano. La sacra Tradizione del Tesoro nascosto (kuntu kanzan makhfíyan) dice che Davide chiese a Dio perché avesse creato il mondo e Dio rispose: «Ero un tesoro nascosto e volevo esser conosciuto. Perciň creai le creature sě che potessi esser conosciuto» (Cfr. Badí‘u’z-Zamán Furúzánfar, Haádíth Mathnaví [University, Teheran, 1955], n. 70). Questa Tradizione non č citata nelle raccolte canoniche e molti studiosi la considerano apocrifa. Ibn ‘Arabí scrive che essa č «č valida per rivelazione personale (kashf), ma non č comprovata per via di trasmissione (naql)» (citato in Chittick, Sufi Path of Knowledge, p. 391, nota 14). Bahá’u’lláh ne fa cenno in molti Suoi Scritti, per esempio Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni di Bahá’u’lláh (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), sez. XXXVIII, par. 1-5.

[49] Campisi, Lessico, s.v. «kll», p. 112.

[50] Mystical Poems of Rūmī 1. First Selection, Poems 1-200 translated from the Persian by A. J. Arberry (Arthur John Arberry, 1905-1969) (The University of Chicago Press, Chicago e Londra), 1968, p. 61.

[51] Bahá’u’lláh, Sette Valli, p. 32.

[52] Yunus Emre, poeta, umanista, mistico anatolico (1238-1320), «Oh Friend», <http://poems.lesdoigtsbleus.free.fr/id221.htm>.

[53] ‘Abdu’l-Bahá, Antologia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1987), p. 56, sez. 22.

[54] Bahá’u’lláh, “Prohibition of Intoxicating Drinks,” The Compilation of Compilations, prepared by The Universal House of Justice 1963-1990, vol. 2 (Bahá’í Publications Australia, Maryborough, Victoria, Australia, 1991), p. 245-6.

[55] Bahá’u’lláh, Le Sette Valli e Le Quattro Valli, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), p. 67. Le Quattro Valli č un trattato mistico composto da Bahá’u’lláh fra il 1856 e il 1862, nella forma di una lettera indirizzata al dotto Shaykh ‘Abdu’r-Ramán-i-Karkúkí, capo della confraternita sufi khálidíyyih del Kurdistan, che contava almeno centomila devoti seguaci, devoto ammiratore di Bahá’u’lláh.

[56] Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 65.

[57] Naqrih č la forma nominale del verbo naqara, che significa anche «suonare (la tromba)» (Steingass, Arabic-English Dictionary, s.v. «naqar», p. 1141) e dalla cui radice deriva anche il nome Náqúr. Nafkhih č la forma nominale del verbo nafakha, usato nel Corano per descrivere lo squillo di tromba del giorno della resurrezione (Corano VI, 73, XXIII, 101, XXXIX, 68 e LXIX, 13).

[58] Náqúr č il nome tradizionale della Tromba che gli angeli, in particolare l’angelo Isráfíl, suoneranno il giorno del Giudizio.

[59] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 24.

[60] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 152.

[61] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 75.

[62] Nabíl-i-A‘am, Gli Araldi dell’Aurora, p. 14.

[63] Taherzadeh, Revelation, p. 46.

[64] Bahá’u’lláh, Múntakhabátí az Áthár-i-arat-i-Bahá’u’lláh (Bahá’í-Verlag, Hofheim-Langenhein, 1984), p. 194; trad. it.: Spigolature, sez. cxxxix, par. 1.

[65] Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic, s.v. «afaa, af», p. 657.

[66] Cfr. Corano CVIII, 1.

[67] Bahá’u’lláh, Parole Celate, dal persiano 33.

[68] Nurbakhsh, Sufi Symbolism, vol. 1, p. 117.

[69] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. X, par. 2.

[70] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez.  VII, par. 2.

[71] «attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno» (2 Pietro III, 12). Cfr. Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 96.

[72] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, p. 70.

[73] Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, L’Avvento della Giustizia Divina, 2a ed. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1986), p. 60.

[74] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. XV, par. 1.

[75] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. X, par. 2.

[76] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas, p. 167.

[77] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, p. 33.

[78] Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, Avvento, p. 60.

[79] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. V, par. 1.

[80] Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. clxii, par. 1.

[81] Bahá’u’lláh, «Kalimát-i-Firdawsíyyih», Tavole di Bahá’u’lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1981), p. 62.

[82] Bahá’u’lláh, «Ishráqát », Tavole, p. 96.

[83] ‘Abdu’l-Bahá, Some Answered Questions, trad. Laura Clifford-Barney, 3a ed. (Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, Illinois, 1981), p. 57.

[84] Bahá’u’lláh, Parole Celate.

[85] Cfr. Rudolf Otto, Il Sacro: L’irrazionale nella idea del Divino e la sua relazione al razionale. Trad. Ernesto Buonaiuti. Zanichelli, Bologna, 1926.

[86] Iṣṭiláhát, citato in Ibn-‘Arabí, Il libro dell’estinzione nella contemplazione. Trad. Younis Tawfik e Roberto Rossi Testa, postfazione e note Michel Vâlsan (Se, Milano, 1996), p. 41, nota 18.

[87] Al-Bukhárí, aí, adíth 9.643.

[88] Bahá’u’lláh, «Súriy-i-Mulúk», Inviti, m54.

[89] Bahá’u’lláh, «Law-i-Afnán», Spigolature, sez. XLIII, par. 5.

[90] Il lettore occidentale potrebbe essere sconcertato dall’uso in questo contesto della parola ghunnih, che indica un suono nasale, che essi considerano sgradevole. E invece questo termine si riferisce all’abituale canto vibrato nella gola, particolarmente apprezzato nel mondo islamico, tanto che spesso i cantori vengono chiamati mughanní.

[91] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 73.

[92] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «lan», p. 1119.

[93] Steingass, Persian-English Dictionary, s.v. «māhi, māhī», p 1147.

[94] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 34.

[95] ‘Abdu’l-Bahá, citato in Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 49.

[96] Shoghi Effendi, The World Order of Bahá’u’lláh Selected Letters (Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, Illinois, 1955), p. 134, trad. it.: L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1982), p. 136.

[97] Il significato di sarmad č indicato, nelle Sette Valli, come «perpetuitŕ . . . il cui principio non puň vedersi, ma di cui si sa che c’č una fine» oppure che «non ha né principio né fine» (Bahá’u’lláh, Sette Valli, p. 26).

[98] Perego, Le parole del sufismo, s.v. «Munazzah», p. 170.

[99] Perego, Le parole del sufismo, s.v. «adr», p. 208.

[100] Annemarie Schimmel, Deciphering the Signs of God: A Phenomenological Approach to Islam (State University of New York Press, Albany, New York, 1994), p. xiv.

[101] Alessandro Bausani, «Introduzione», Il Corano. Traduzione, introduzione e commento di Alessandro Bausani (Sansoni, Firenze 1961), p. xxiii, nota 1.

[102] Bahá’u’lláh, Áthár-i-qalam-i-a‘lá, vol. 3 (Bahá’í Publishing Trust, Teheran 129 B.E./1972-73), p. 152, Sette Valli, p. 67. Le Sette Valli č la risposta stilata da Bahá’u’lláh fra il 1856 e il 1862 a una lettera inviataGli da Shaykh Muíyi’d-Dín, qaí (giudice) di Khániqayn, cittadina irachena ai confini con la Persia, studioso del sufismo e fervente estimatore di Bahá’u’lláh.

[103] Corano XIII, 19.

[104] Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic, s.v. «wb», p. 668.

[105] Steingass, Comprehensive Persian-English Dictionary, s.v. «úbā», p. 821.

[106] Yusuf Ali, The Holy Qur’an, traduzione e commento di A. Yusuf Ali (Islamic Propagation Centre International, s.d), p. 612, nota 1844.

[107] «Note», in Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas, p. 211-2, nota 128.

[108] Il tema dell’Ancella del cielo č stata diffusamente commentata da vari autori. Gli scritti piů importanti a questo proposito ci sembrano Michael W. Sours, «The Maid of Heaven, The Image of Sophia and the Logos Personification of the Spirit of God in Scripture and Sacred Literature», The Journal of Bahá’í Studies, vol. 4, n. 1 (1991), p. 47-65 e Kamran Ekbal, «Daéna-Dén-Dí: The Zoroastrian Heritage of the “Maid of Heaven” in the Tablets of Bahá’u’lláh», Scripture and Revelation, a cura di Moojan Momen (George Ronald, Oxford, 1997), p. 125-69.

[109] Pagliaro e Bausani, Letteratura persiana, p. 162.

[110] Stephen N. Lambden, «The Sinaitic Mysteries: notes on Moses/Sinai Motifs in Bábí and Bahá’í Scriptures», Studies in Honor of the Late Hasan. M. Balyuzi, Studies in the Bábí and Bahá’í Religions, vol. 5 (Kalimát, Los Angeles 1988), p. 109-10.

[111] Javad Nurbakhsh, The Nurbakhsh Encyclopedia of Sufi Terminology (Farhang Nurbakhsh) IV (Khaniqahi-Nimatullah Publications, Londra, 1990), p. 54.

[112] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 12, Kitáb-i-Mustaáb-i-Íqán, ristampa (Bahá’í-Verlag, Hofheim-Langenhain 1980), p. 8-9.

[113] Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 173.

[114] Bahá’u’lláh, Parole Celate, dal persiano, n. 18.

[115] Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Íqán, p. 218.

[116] Bahá’u’lláh, «Law-i-Karmil», Spigolature, sez. XI.

[117] Bahá’u’lláh, «Tavola di Riván», Spigolature, sez. XIV.

[118] Citato in ‘Abdu’l-Qádir al-Jílání, Il segreto dei segreti. Sirr al asrār, traduzione di Paolo Urizzi (L’Ottava Edizioni, Giarre [CT], 1992), p. 61.

[119] ‘Abdu’l-Qádir al-Jílání, Il segreto dei segreti, p. 62.

[120] Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CLVII, par. 4.

[121] Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CXVI, par. 1.

[122] Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CLXXX, par. 1.

[123] Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 81.

[124] Corano LXXVI, 21. Cfr. Rafati, «Áthár-i-munzilih», p. 82.