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Autore
Hakim Dall'O
Titolo
Gemme di misteri divini. Il contesto storico

Il contesto storico della Rivelazione

Il 12 gennaio 1853, Bahá’u’lláh lasciava per sempre Teheran, in compagnia dei Suoi due fedeli fratelli Mírzá Músá e Mírzá Muammad-Qulí, della moglie Navváb, della figlia Bahíyyih e del figlio maggiore Abbás, scortati da un rappresentate del Governo persiano e da un ufficiale della Legazione russa, come estremo ossequio, da parte del console Dolgorukov. Il viaggio avvenne durante un inverno particolarmente rigido e fu estremamente disagevole. Gli esuli arrivarono a Baghdád l’8 aprile del 1853, dopo tre mesi di disagevole e faticoso viaggio. Due mesi piů tardi arrivň anche Yayá, il fratellastro di Bahá’u’lláh che, pur allevato da Lui, poi Lo avrebbe tradito. Costui, dopo essere stato ospite di Bahá’u’lláh per qualche giorno, si stabilě in una casa situata nel quartiere arabo della cittŕ, da dove usciva soltanto la sera per recarsi da Bahá’u’lláh, ritirandosi poi furtivo, a notte fonda. Scelse quel quartiere, in quanto non vi abitavano persiani. Era proprio terrorizzato e minacciava di espellere dalla comunitŕ chiunque, incontrandolo per le vie o nel bazar, desse anche solo cenno di conoscerlo.

La situazione della comunitŕ era cosě degenerata che il primo desiderio di Bahá’u’lláh, dopo la liberazione dal Síyáh-Chál, era quello di rinnovare gli animi dei bábí, ormai superstiti, demoralizzati, sconcertati, confusi e sbandati. La seguente č una testimonianza di Shoghi Effendi, sulla situazione babí: « i superstiti della comunitŕ perseguitata erano immersi in un dolore che li atterriva e li paralizzava, soffocava il loro spirito, confondeva la loro mente e provava al massimo la loro lealtŕ».[1] Al Suo arrivo a Baghdád, quindi, il compito di guidare e rigenerare i cuori dei credenti ricadde su Bahá’u’lláh che, con i Suoi consigli e ammonimenti, cercň di risollevare le sorti della comunitŕ, richiamando alla loro mente le leggi ed i principi portati dal Báb.

Molto presto i babí si resero conto della scarsa levatura, mediocre intelligenza e debolezza del carattere di Yayá, capo nominale della loro comunitŕ, e si rivolsero sempre piů a Bahá’u’lláh che, invece, spiccava per le Sue doti spirituali. Consumato dalla gelosia, Yayá cominciň a disseminare calunnie e falsitŕ su Bahá’u’lláh, rendendo il Suo compito ancora piů difficile. In quel periodo inoltre, arrivň a Baghdád Siyyid Muammad Ifahání, uomo ambizioso, ostinato e geloso, stigmatizzato da Bahá’u’lláh come «“sorgente d’invidia e quintessenza del male”»[2] e da Shoghi Effendi come «l’Anticristo della Rivelazione bahá’i».[3] Siyyid Muammad non stimava per nulla Yayá; lo usava soltanto per portare a termini i suoi piani diabolici. Diverse volte, infatti, egli trattň Yayá con arroganza e disprezzo. Ma in pubblico lo lodava, mettendo in evidenza la sua funzione di capo nominale della comunitŕ bábí, anzi addirittura di successore del Báb. Lo istigava continuamente a non permettere che la notorietŕ di Bahá’u’lláh prendesse piede ed arrivň persino ad insinuare che le Tavole di Bahá’u’lláh fossero, in realtŕ, scritte da Yayá. Tutto ciň confuse le menti dei bábí piů semplici e ingenui e fu motivo di grande sofferenza per Bahá’u’lláh. Diversi bábí, disillusi, demoralizzati, sbandati e sconcertati, in numero non trascurabile, aiutarono ed appoggiarono Siyyid Muammad  nelle sue trame macchinose.

Il 10 aprile 1854, improvvisamente e senza avvisare nessuno, Bahá’u’lláh lasciň Baghdád e si ritirň sulle montagne del Kurdistán. Come Egli stesso testimoniň: «Unico scopo del Nostro esilio era quello di evitare di divenire ragione di discordia fra i fedeli, fonte di turbamento per i compagni».[4]. Sulle montagne di Sulaymáníyyih, Bahá’u’lláh vive nel piů completo isolamento, nel cuore della montagna di Sar-Galú, a tre giorni di cammino dal centro abitato piů vicino, luogo visitato dai contadini della regione due volte all’anno, in occasione della semina e del raccolto. Viveva in una casupola di pietra, che serviva ai contadini per ripararsi dalle intemperie, o anche in una caverna. Si nutriva di pane secco, un po’ di formaggio e qualche tazza di latte che i pastori di tanto in tanto Gli portavano. In quel periodo di estrema solitudine e privazione fisica, Bahá’u’lláh ebbe la possibilitŕ di meditare sulla missione che Gli era stata affidata. Trascorreva le Sue giornate in preghiera e meditazione e dalla Sua anima sofferente ed oppressa scaturivano diverse Tavole e preghiere, in persiano e arabo, sia in versi che in prosa.

La maggior parte delle opere di quel periodo, sono tuttora nelle mani di alcune famiglie di  Sulaymáníyyih, che si rifiutano di cederle, anche dietro un lauto compenso, in quanto ritengono che portino benedizioni alle loro famiglie. Anche la montagna di Sar-Galú, da dove Egli visse in isolamento, ha la reputazione di essere luogo sacro. Come Egli stesso riportň nel Libro della Certezza, scritto nel 1862, quell’esilio nell’esilio «non contemplava ritorno e la Nostra separazione non sperava riunione».[5] Soltanto la precipitazione dei fatti a Baghdád Lo obbligarono a tornare. Infatti, sempre nel Libro della Certezza, viene riportato che: «dalla Mistica Sorgente venne l’appello che Ci ordinň di ritornare lŕ donde eravamo venuti. Sottomettendo la Nostra volontŕ alla Sua, Ci conformammo alla Sua ingiunzione».[6]

Il 19 marzo del 1856, Bahá’u’lláh tornň a Baghdád, dando inizio a un fiorente periodo negli annali della Fede. Al Suo ritorno nella cittŕ, Bahá’u’lláh descrisse cosě la situazione della comunitŕ bábí: «“Trovammo non piů che un manipolo di anime, deboli e scoraggiate, anzi completamente perdute e morte. La Causa di Dio aveva cessato di essere sulla bocca della gente, né vi era alcun cuore ricettivo al Suo messaggio”».[7] E nel Libro della Certezza troviamo:

«Non v’č penna che possa narrare ciň che vedemmo al Nostro ritorno! Eran trascorsi due anni durante i quali i Nostri nemici avevano lottato incessantemente e assiduamente per sterminarCi, come tutti possono testimoniare. Nonostante ciň, nessuno dei fedeli si era levato a difenderCi, nessuno si era sentito disposto ad aiutarCi e liberarCi. No, invece di difenderCi, quali piogge di continui dolori le loro parole e i loro atti hanno riversato sulla Nostra anima! Restiamo fra loro, la vita in mano, interamente rassegnati al Suo volere; con l’amorosa assistenza di Dio e con la Sua grazia, possa questa Lettera rivelata e manifestata immolare la vita in sacrificio sul sentiero del Punto Primo, il Verbo piů eccelso! Per Colui per il Cui comando lo Spirito ha parlato, se non fosse stato per questo desiderio intenso della Nostra anima, non Ci saremmo trattenuti in questa cittŕ neppure un momento di piů.»[8]

Sopraffatto dal dolore e dalla tristezza, Bahá’u’lláh, per qualche tempo non uscě di casa.

Quindi riprese la profonda opera di rigenerazione della comunitŕ e, con i Suoi scritti in forma di epistole, esortazioni, commentari, apologie, dissertazioni, profezie, odi, Tavole specifiche, e con l’esempio delle Sue azioni, contribuě in maniera vitale alla riforma della comunitŕ; offrě una nuova vita ed un nuovo spirito a quelle anime avvizzite. Aiutň a stabilire nei cuori, saldi principi morali come gentilezza, rispetto, umiltŕ, pietŕ, onestŕ, sinceritŕ, castitŕ, fedeltŕ, giustizia, tolleranza, distacco, pazienza, fidatezza e costanza. La fama di Bahá’u’lláh oltrepassň i confini dell’impero Ottomano, arrivando in Persia, dove la Fede languiva, per colpa degli ignavi seguaci del Báb, dimentichi del sangue versato, dai loro eroici predecessori. Furono quindi molti i bábí che, spinti dalla grandezza di Bahá’u’lláh, si recarono a  Baghdád per incontrarLo e avere chiarimenti da Lui su alcuni punti a loro oscuri della religione del Báb. Ma non furono solo i bábí a cercare e riconoscere Bahá’u’lláh come nuova Manifestazione di Dio, grazie alla forza magnetica della Sua Parola Rivelata. Tra i nuovi credenti ci fu Siyyid Yúsuf-i-Sihdihí.

Il destinatario della Tavola

Il destinatario della Tavola era Siyyid Yúsuf-i-Sihdihí. Siyyid Yúsuf era un illustre mujtahid (alto prelato) persiano, che in quel periodo era residente a Karbilá. Quando venne a sapere dell’esistenza di una comunitŕ bábí a Baghdád, s’affrettň a contattarla, per constatarne gli argomenti e le credenze. Giunto alla presenza di alcuni bábí, cominciň a capire la grandezza della Causa e consegnň a un intermediario delle domande riguardanti il Qá’im (il promesso redentore dell’Islam) che dovevano essere consegnate a Bahá’u’lláh. Aveva infatti, tempo addietro, preparato delle domande riguardanti la venuta del Promesso e aveva affermato che chiunque avesse risposto a tali quesiti non sarebbe stato altro che il Promesso stesso. Appena tali quesiti raggiunsero Bahá’u’lláh, venne rivelata questa Tavola che, lo stesso giorno, venne consegnata al Siyyid. In una nota posta all’inizio della Tavola, di pugno di Bahá’u’lláh stesso, troviamo scritto:

«Questo trattato č stato scritto per rispondere a un ricercatore che aveva chiesto come fosse avvenuto che il Promesso Mihdi Si era trasformato in ‘Alí-Muammad (il Báb). L’opportunitŕ offerta da questo quesito č stata colta per elaborare alcuni temi, tutti utili e vantaggiosi non solo per coloro che cercano ma anche per coloro che hanno trovato, se solo percepiste con l’occhio della virtů divina.»[9]

La lettura di quella Tavola aprě il cuore di Siyyid Yúsuf che, a Baghdád, mentre era ospite di due noti nemici della Fede, uscě di casa per recarsi da Bahá’u’lláh. Al rientro, alle prime luci dell’alba, la radiositŕ del suo volto fece capire che ai due fanatici che egli aveva abbracciato la nuova Causa. Colmi d’ira, i due lo cacciarono e Siyyid Yúsuf, quella stessa mattina, lasciň Baghdád, recandosi nella casa di un altro famoso teologo, in una cittŕ vicina. Innanzi a quell’ecclesiastico con i suoi studenti, con sommo coraggio, dichiarň che il Promesso dell’Islam si era rivelato nella persona del Báb e incoraggiň i presenti a indagarNe la realtŕ. Ma anche in quella occasione dovette affrontare una violenta reazione. Tutti i mullá (sacerdoti musulmani) insorsero a maltrattarlo, tranne uno che, avvinto dalle sue parole, partě subito per Baghdád, e giunto alla presenza di Bahá’u’lláh, abbracciň la nuova Causa di Dio.

 



[1] Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, 2a ed. riv. (Casa Editrice Baha’i, Roma, 2004), p. 114, § 21.

[2] ibidem, p. 113, § 20.                                    

[3] ibidem, p. 166, § 3.

[4] Baha’u’llah, Il Libro della Certezza, 2a ed. rive. (Casa Editrice Baha’i Roma, 1994), p. 174, § 279.

[5] ibidem, p. 174, § 279.

[6] ibidem, p. 175, § 279.

[7] Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, 2a ed. riv. (Casa Editrice Baha’i, Roma, 2004), p. 126, § 44.

[8] Baha’u’llah, Il Libro della Certezza, 2a ed. rive. (Casa Editrice Baha’i Roma, 1994), p. 176, § 280.

[9] Baha’u’llah, Gemme di misteri divini (Casa Editrice Baha’i, Roma, 2002), p. 10.