| Autore |
| Julio Savi |
| Titolo |
| Chi è lo studioso bahá’í |
Il mio modello di
studioso è cresciuto dentro di me a poco a poco sin dall’infanzia. Il primo
seme vi è stato posto nel ’49-’50, quando alunno di seconda media, ho
incontrato l’Ulisse dell’Odissea di Omero, tradotta in italiano dal Pindemonte, il πολύτροπον, l’«uomo di
multiforme ingegno… che molto errò» Che città vide molte, e delle genti L’indol conobbe; che sovr’esso il mare Molti dentro del cor sofferse affanni, Mentre a guardar la cara vita intende, E i suoi compagni
a ricondur: ma indarno…[1]
Questo primo modello,
forse un po’ pessimistico nella sua dichiarata incapacità di ricondurre in
patria i propri amici, si è poi meglio precisato nel ’53-’54 quando,
studentello di prima liceo, ho rincontrato Ulisse, nella versione di Dante, e
ho appreso della sua estrema avventura al di là delle colonne d’Ercole, i
limiti del mondo conosciuto dagli antichi greci. Questo Ulisse raccontava: né
dolcezza di figlio, né la pietà del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer
potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani
e del valore; E, soprattutto,
diceva a noi tutti: «Considerate
la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir
virtute e conoscenza».[2]
Sedicenne, ho
manifestato ai miei amici adolescenti dell’Accademia poetica il mio desiderio
di seguire il consiglio di Ulisse-Dante con queste parole: Fervore d’idee s’agita nel cuore desiderio di bellezza armonia
perfezione.[3]
Tutte queste immagini hanno assunto un nuovo e più
profondo significato nel mio cuore, quando nel 1957 il mio mentore bahá’í mi
fece leggere – nel mio imperfettissimo inglese diciannovenne – queste parole
che ‘Abdu’l-Bahá disse a Anise Rideout, una credente statunitense di Brookline,
Massachusetts (che si recò più volte in Terra Santa, lasciando un bellissimo
ritratto letterario della Foglia Più Santa): «La prima cosa da fare è acquisire sete di Spiritualità e
poi vivere la Vita! Vivere la Vita! Vivere la Vita! Questa sete la si acquista
meditando sulla vita futura. Studiate le Parole Sante, leggete la vostra
Bibbia, leggete i Libri Sacri, studiate in modo particolare i Sacri Detti di Bahá’u’lláh; e dedicate molto tempo alla Preghiera e alla
Meditazione. Allora conoscerete questa Grande Sete e solo allora potrete
incominciare a vivere la Vita!»[4] Quando poi lessi l’altra
affermazione di ‘Abdu’l-Bahá che «La causa di
Dio è come una scuola: i credenti sono gli studenti» riportata nella pagina del
diario di Mírzá Aḥmad Sohrab dedicata al 9 maggio 1914,[5]
sono giunto alla conclusione che ogni bahá’í dovrebbe essere, ciascuno a
proprio modo, uno studioso, ossia: una persona sempre coraggiosamente protesa
in avanti, desiderosa sempre di capire meglio e di agire meglio, sdegnosa di
ogni conformismo, di ogni falsità, nella sua costante ricerca delle fresche
acque del sapere, le acque della Fonte della vita, le acque che conferiscono
l’immortalità. Queste acque sono abbondantemente profuse negli Scritti, capaci
di soddisfare ogni curiosità, di appagare ogni desiderio, di lavare ogni
peccato, di far conseguire le mete più ardite. Questa mia convinzione è stata
definitivamente confermata durante gli indimenticabili incontri che ho avuto
con Amatu’l-Bahá Rúḥíyyih Khánum,[6]
dalle sue esortazioni a liberarsi da falsi cliché nella vita bahá’í.[7]
Gli anni mi hanno però insegnato che
chi assume questo tipo di atteggiamento, se non è molto equilibrato
nell’esprimersi, spaventa le persone, tanto più i bahá’í. Infatti questo tipo
di studioso, che si sente intemerato, agli altri appare temerario. A lui piace
spingersi, nella sua ricerca, oltre le colonne d’Ercole, oltre la maggior parte
dei limiti mentali che la maggior parte delle persone, abitualmente desiderose
di certezze, si pone. Questo tipo di studioso è disposto a dubitare di tutto. E
talvolta chi lo sente parlare pensa che dubiti anche del grande Maestro, la
Manifestazione di Dio o del Centro del Suo Patto. Ma invece, questo studioso
non vuole far altro che seguire il consiglio del poeta persiano Majdúd Saná’í
(m. 1141), citato da Bahá’u’lláh nelle Quattro Valli: «Come
può una mente parziale abbracciare il Corano? Come
può un ragno catturar la Fenice? Se
vuoi che l’intelletto non ti prenda in trappola prendilo per l’orecchio e portalo alla scuola del
Misericordioso!»[8]
Questo studioso non dubita dunque del
Maestro. Semplicemente non tollera veli fra Lui e se stesso. Come impudicamente
dice lo stesso Saná’í, citato da Bahá’u’lláh nelle Quattro Valli: «…con un tal volto
di rosa nessuno dorme con la camicia.»[9] E quale camicia può essere più
fastidiosa, nell’unione con l’Amato, delle interpretazioni, proprie o altrui,
delle Sue stesse parole? È solo di queste limitate interpretazioni che questo
studioso dubita, non del rango del Maestro, che egli sempre vede attraverso
queste parole di Bahá’ulláh: «Gli eccelsi abitatori
di questa magione, con gioia e letizia, si proclamano Iddii e Signori su prati
d’estasi. Da alti seggi di giustizia emanano ordini e fanno discendere doni
secondo il merito di ciascuno. Coloro che bevono da queste coppe dimorano nei
padiglioni della Potenza al di sopra del Trono dell’Antico dei Giorni e sono
assisi nelle tende della Sublimità sullo sgabello della Magnificenza.»[10] Lo studioso dunque dubita solo
dell’animalità insita nell’umanità di ogni uomo. E nel suo tentativo, talvolta
maldestro, di trascenderla sembra, ad altri, lasciare andare la presa della
salda Impugnatura del Patto. Ma non è così: l’Impugnatura resta sempre ben
salda nel suo pugno, si limita sola ad allungare il raggio della Corda, perché
tanto più si allunga quel raggio tanto maggiori sono gli spazi che la sua vista
potrà scoprire, anche al di là delle Colonne d’Ercole. Ci
sono rischi in questo atteggiamento? Tutto dipende da quanto forte è l’amore
per l’Amato. Ma cos’altro può dire un amante se non riconoscere umilmente: E anch’io, che pur esterrefatto ho intravisto la sua radiosa aurora sull’incerto oriente del mio cuore, talvolta non so se questa mia penombra non sia crepuscolo d’una giornata che volge a sera, o il primo chiarore d’un mattino ormai imminente.[11]
Ma ciò non osante si deve essere sempre
pronti a continuare a camminare sempre verso il Punto ultimo e luminoso verso il quale tutto converge in un lieto meraviglioso fine.[12]
Diventiamo dunque tutti studiosi, diventiamo tutti come
Ulisse, ascoltiamo le sue parole secondo Alfred Tennyson (1809-1892), così
adatte a noi occidentali, giovani o vecchi, che apparteniamo a una antica
civiltà che sembra purtroppo ormai agonizzante: …Venite: tardi non è per coloro che cercano un mondo novello. … Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo: noi, s’è quello che s’è: una tempera d’eroici cuori, sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.[13]
[1] Omero, Odissea, trad. Ippolito Pindemonte (1753-1828), canto 1, versi 1-7. [2] Dante Alighieri, La divina commedia, «Inferno», canto 26, versi 105-10, 118-120. [3] Julio Savi, Lontananza, Poesie (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), «Desiderio di bellezza» (5 luglio 1955), p. 5. [4] ‘Abdu’l-Bahá, citato in Anise Rideout, «An Experience with ‘Abdu’l-Bahá», Star of the West, vol. 9, n. 3 (giugno 1928), p. 69, trad. it.: in Approfondimento. Centri di Studio Bahá’í. Compilazioni (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1985), p. 31. [5] Star of the West, vol. 7, n. 18 (7 febbraio 1917), p. 178, trad. it. in Approfondimento, p. 31. [6] Al secolo Mary Sutherland Maxwell (1910-2000), moglie di Shoghi Effendi, il Custode della Fede bahá’í e Mano della Causa di Dio. [7] Cfr. Pia Ferrante, «XXV Scuola Estiva Bahá’í, 31 agosto - 7 settembre 1986, Aci Reale - Catania», Note bahá’í, anno 4, n. 9 (settembre 1986), pp. 1, 2. [8] Majdúd Saná’í, citato in Bahá’u’lláh, Le Sette Valli e le Quattro Valli, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), p. 59-60. [9] Saná’í, citato in Bahá’u’lláh, Le Sette Valli e le Quattro Valli, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), p. 66. [10] Bahá’u’lláh, Le Sette Valli e le Quattro Valli, 3a ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), p. 67. [11] Julio Savi, Lontananza, Poesie (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), «Sono figlio della mezza luce» (1° febbraio 1996), p. 207. [12] ibidem, «In un lieto meraviglioso fine» (3 maggio 1994), p. 162. [13] Alfred Tennyson, «Ulisse», in Giovanni Pascoli, Traduzioni e riduzioni raccolte e riordinate da Maria (Mondadori, Milano, 1938). |