| Autore |
| Lucia Ricco |
| Titolo |
| Lo studioso bahá'í e il Piano |
Il legame tra lo studioso bahá’í e il Piano elaborato dalle
Istituzioni della Fede è regolato dal principio di armonia fra scienza e
religione che riguarda, oltre lo sviluppo equilibrato del mondo, ogni credente
perché eviti la separazione tra fede e ragione. Questa e altre dicotomie
(materia/spirito; sacro/profano e così via) sono estranee al pensiero bahá’í e
dovrebbero essere guardate con sospetto soprattutto dagli studiosi. Ogni
Piano creato dalle Istituzioni bahá’í, a cominciare da quelli lanciati dal
Custode e proseguiti poi dalla Casa Universale di Giustizia, ruotano intorno al
perno centrale della diffusione della Causa e dell’insegnamento della Fede di
Dio. Quali obblighi ha lo studioso e quale è il suo ruolo in relazione al
Piano? Iniziamo
dall’insegnamento della Fede di Dio. Nel Kitáb-i-Aqdas Bahá’u’lláh ingiunge ad
ogni suo credente di insegnare la Causa «Levatevi a secondare la Mia Causa e ad
esaltare il Mio Verbo fra gli uomini».[1]
e, in particolare, rivolgendosi ai dotti «Felici voi, o dotti di Bahá! In nome
del Signore! Siete flutti del Più Potente Oceano . . . In questo giorno incombe
a colui che ha libato il Vino Mistico della Vita Eterna dalle Mani
dell’amorevolezza del Suo Signore Iddio, il Misericordioso, di pulsare come
arteria palpitante nel corpo dell’umanità, sì che per lui siano vivificati il
mondo e ogni osso putrescente».[2]
Che
uno studioso non sia esonerato dall’obbedire ai comandamenti divini è sottolineato
con enfasi da Bahá’u’lláh nelle Sette Valli, in risposta a domande poste dal qadi
Shaykh Muḥíyi’d-Dín,
ribadendo la necessità permanente della legge religiosa anche per il mistico In tutte queste peregrinazioni il
viandante non devierà neanche per lo spessore di un capello dalla «Legge»
perché questa é, invero, il segreto della «via» e il frutto dell’albero della «Realtà»;
e in tutti questi stadi egli deve aggrapparsi alla veste dell’obbedienza ai
comandamenti e tenersi tenacemente alla corda dello schivare tutte le cose
proibite, affinché egli possa essere nutrito dalla coppa della Legge ed edotto
dei misteri della Realtà. Qualora alcuni dei detti di questo Servo non siano
compresi e apportino turbamento, bisogna chiedere di nuovo, in maniera che
nessun dubbio permanga, e il significato sia chiaro come il volto del Beneamato
che splende dal «Luogo di Gloria».[3] Anche
‘Abdu’l-Bahá sottolinea il dovere da parte dei dotti di obbedire ai
comandamenti «Quanto a colui che è uno dei dotti: egli deve guardarsi,
difendere la sua fede, frenare le passioni, e obbedire ai Comandamenti del Suo
Signore».[4]
Lo
stesso concetto è contenuto nel documento del Dipartimento delle ricerche della
Casa Universale di Giustizia del 3 gennaio 1979: «Lo studioso che abbia ben
compreso i vasti insegnamenti della Fede ricorderà sempre che essere uno
studioso non lo esime dai doveri e dagli scopi fondamentali per i quali ogni
essere umano è stato creato».[5] Questi
scopi primari per i quali ogni essere umano è stato creato rendono possibile
l’espletamento della finalità principale per cui la Legge divina è rivelata,
cioè portare felicità nell’altra vita e civiltà e affinamento del carattere in
questa. Il percorso dell’anima coincide con il processo di divulgazione della
Fede in questa nuova Era: «…la Fede di Dio dev’essere divulgata
mediante perfezioni umane, eccellenti e gradevoli qualità e comportamenti
spirituali. L’anima che avanza verso Dio spontaneamente è accettata presso la
Soglia dell’Unicità, perché –libera da considerazioni personali, avidità,
tornaconti egoistici- s’è rifugiata nell’asilo protettore del suo Signore. Essa
è conosciuta fra gli uomini come fidata e verace, temperata e scrupolosa,
magnanima e leale, incorruttibile e timorata di Dio. In questo modo è conseguito
lo scopo principale per cui la Legge divina è rivelata –cioè portare felicità
nell’altra vita e civiltà e affinamento del carattere in questa».[6] Tutte
le citazioni riportate concorrono quindi ad abbattere qualunque sentimento di
estraneità dello studioso bahá’í dagli aspetti pragmatici del suo coinvolgimento
nei Piani. Di più, il suo ruolo è centrale nella diffusione della Causa, come ‘Abdu’l-Bahá
spiega chiaramente: «Il secondo dei criteri spirituali che
si applicano a colui che possiede il sapere è che egli dev’essere il difensore
della fede. E’ ovvio che queste sante parole . . . vogliono invece significare
che l’intera popolazione dev’essere protetta in tutti i modi; che si faccia
ogni sforzo per adottare una sintesi delle varie possibili misure per far
conoscere la Parola di Dio, accrescere il numero dei credenti, far avanzare ed
esaltare la Fede di Dio…»[7] E
questo compito così delicato di difensore della fede è assegnato allo studioso
perché, il Custode afferma, «Negli Insegnamenti vi è una risposta a tutto;
sfortunatamente la maggioranza dei Bahá’í, per quanto devoti e sinceri possano
essere, manca, per lo più, della saggezza e dell’erudizione necessarie per
rispondere e confutare le argomentazioni e gli attacchi delle persone con una
certa educazione e di un certo livello».[8]
Afferma inoltre: «La Causa abbisogna di un maggior numero di studiosi bahá’í,
che non solo le siano devoti, abbiano fede in essa e siano bramosi di parlarne
agli altri, ma abbiano altresì una profonda conoscenza degli insegnamenti e del
loro significato e siano in grado di mettere in correlazione le sue dottrine
con gli attuali pensieri e problemi dei popoli del mondo».[9] Se,
da una parte, lo studioso non è esonerato dall’obbedire ai comandamenti tra i
quali l’insegnamento della Causa, fulcro dei Piani della comunità bahá’í,
dall’altra tutti devono impadronirsi del dono del sapere «Il sapere è uno dei
miracolosi doni di Dio. È doveroso che tutti se ne impadroniscano».[10]
soprattutto se, sottolinea il Custode, desiderano avere successo
nell’insegnamento e rendere efficaci i Piani delle Istituzioni. Egli dice: «Prima
che un giovane possa efficacemente servire la Causa deve essere sviluppato sia
dal punto di vista mentale che da quello spirituale».[11]
Dice inoltre: «La Causa contiene il rimedio per tutte i mali del mondo. La
ragione per cui non è accettata da un maggior numero di persone è perché non
sempre i Bahá’í sono capaci di presentarla in modo che soddisfi le immediate necessità
delle menti umane».[12]
Afferma infine: «Se i Bahá’í vogliono avere successo
nell’insegnamento della Causa devono essere molto meglio informati ed in grado
di discutere intelligentemente, intellettualmente la condizione attuale del
mondo ed i suoi problemi. Noi Bahá’í dovremmo, in altre parole, armare le
nostre menti con la conoscenza per poter meglio dimostrare, specialmente alle
classi colte, le verità racchiuse nella nostra Fede».[13] Secondo
il Custode, il mondo dei pensatori non trova nulla di nuovo nella mera
enunciazione dei principi bahá’í, «ma noi sappiamo che gli insegnamenti più
profondi e la capacità dell’ordine mondiale da Lui delineato di ricreare la
società, sono nuovi e dinamici. Ed è questo che dobbiamo imparare a presentare
a tali persone in modo intelligente ed allettante».[14] Infine, il ruolo dello studioso bahá’í all’interno del Piano è una necessità fondamentale nel presente come nel futuro: «Abbiamo bisogno in futuro di dotti approfonditi, sia per insegnare che per amministrare la Causa e per rispondere alle domande del pubblico e aiutare nella ricostruzione del mondo. Questa è una grande sfida per voi tutti ed offre una meravigliosa opportunità di servire l’umanità».[15]993), p.22.
[3] Bahá’u’lláh, Le Sette
Valli e le Quattro Valli, 3a ed. riv.(Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2
[5] Citato in Approfondimento. Centri di Studio Bahá’í. Compilazioni
della Casa Universale di Giustizia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 19
[8] A nome di Shoghi Effendi, 25 settembre 1942, a un credente, citato in La
cultura. Compilazione della Casa Universale di Giustizia (Casa Editrice
Bahá’í, Roma, 1
[10] Bahá’u’lláh, Tavole di
Bahá’u’lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 19
|