| Autore |
| Enzo Stancati |
| Titolo |
| Lo studioso e la comunità |
Anche
nel campo dei rapporti tra lo studioso e la comunità con la quale egli
interagisce, le indicazioni della Fede di Bahá’u’lláh perfezionano e
riformulano i rapporti e le consuetudini di precedenti tradizioni religiose. Esiste,
per la Fede Bahá’í, un’unica realtà assoluta – Dio -, che è anche l’unica
verità inconoscibile da parte dell’uomo, e ogni altra verità, anche religiosa
(«rivelata» dagli Inviati divini), è relativa, soggetta a mutamento nel tempo e
tesa ad educare spiritualmente e a far progredire socialmente un’umanità via
via più ampia. Il clero, la classe di specialisti del sacro distinta e separata
dal resto dei credenti, è privato del suo potere personale, e la funzione
decisionale é assegnata ad istituzioni che elaborino verità collettive mediante
lo strumento di «democrazia spirituale» della consultazione. Alla «relatività»
della verità, all’esclusione di verità individuali, all’assenza di un clero,
che attribuisce ad ogni singolo credente una precisa responsabilità nell’indagine
di una verità sempre parziale e provvisoria, si unisce l’invito rivolto da Bahá’u’lláh
a ciascun credente allo studio dei Suoi Scritti, ad immergersi «nell’oceano delle Mie parole per districarne i
segreti e scoprire le perle di saggezza celate nelle sue profondità».[1]. Nel
brano forse più noto con il quale il Custode chiarì ai credenti la vera natura
degli studi bahá’í – «La Causa abbisogna di un maggior numero di studiosi bahá’í,
che non solo le siano devoti, abbiano fede in essa e siano bramosi di parlarne
agli altri, ma abbiano altresì una profonda conoscenza degli insegnamenti e del
loro significato e siano in grado di mettere in correlazione le sue dottrine
con gli attuali pensieri e problemi dei popoli del mondo».[2]
– emerge sia la finalità non strettamente teorica del sapere, bensì mirata alla
concreta e radicale soluzione dei problemi mondiali più urgenti, senza «altra
ambizione che di vivificare il mondo, nobilitarne la vita e rigenerarne i
popoli»,[3]
sia la precisa esigenza di una condivisione del proprio sapere con gli altri
uomini. Il divieto dell’isolamento, che gli Scritti bahá’í prescrivono («La
vita solitaria e la disciplina severa non incontrano l’approvazione di Dio»,[4]
«Colui che si isola nella propria casa è invero come morto»[5]),
chiude l’epoca plurisecolare dei dotti appartati nella loro privilegiata
ricerca, emaciati, tormentati, fisicamente patiti, e dischiude ai più la gioia
interiore dello studio, che recupera così il senso etimologico di «amore», di «ardore»
e di «desiderio» (il latino studium). Lo studio è un’attività
potenzialmente accessibile a tutti i membri della comunità bahá’í, incluso chi
è carente o addirittura privo di istruzione formale:[6]
«tutti i bahá’í non sono altro che studenti della Fede, sempre tesi nello
sforzo di meglio comprendere gli Insegnamenti e di applicarli con maggiore
fedeltà e che nessuno può pretendere di avere una compiuta comprensione della
Rivelazione».[7] Già il Custode incoraggiava i credenti a
studiare insieme, «a studiare profondamente gli insegnamenti, a insegnare la
Causa, a studiare assieme agli altri bahá’í che siano bramosi di farlo gli
insegnamenti più profondi della nostra Fede».[8]
Un ottimo mezzo per affratellare gli animi dei credenti è lo studio collettivo
degli Scritti, che può essere compiuto e promosso dalle Associazioni per gli studi
bahá’í presenti e future, e che da diversi
anni il processo degli Istituti bahá’í
realizza con i circoli di studio in svariate regioni del mondo. E’
normale che, per disposizioni sia naturali che acquisite, alcuni credenti nella
Bellezza Benedetta mostrino un desiderio maggiore di altri nell’accostarsi allo
studio degli Scritti della Sua Rivelazione e nel decifrarne parte dei loro
molteplici risvolti spirituali. Poiché, tuttavia, «a giudizio dei saggi l’acutezza
dell’intelletto è dovuta all’acutezza della visione spirituale»[9]
e, come ‘Abdu’l-Bahá insegna, «Sapere significa amare»,[10]
ossia sforzo di cogliere nelle realtà del mondo «la presenza di Dio e giungere
alla conoscenza delle sacre e divine manifestazioni»,[11]
lo studioso, ben cosciente che unicamente Dio è – mediante le Sue
Manifestazioni – il vero Sapiente, e che tutto l’altro sapere è solo un
pallidissimo riflesso del Suo, dimostrerà, nei rapporti verso la propria
comunità, un consapevole senso di umiltà e di devota riconoscenza. E, se amerà
realmente lo studio, si sforzerà di contagiare gli altri amici del suo stesso
amore, per mezzo della luce infallibile dell’esempio e della sincerità,
estraneo ad ogni segno di presunzione, indizio di conoscenze
esclusivamente esteriori. «Mostrate
tolleranza, benevolenza e amore gli uni per gli altri. Se qualcuno fra voi
fosse incapace di afferrare una verità o dovesse compiere uno sforzo per
comprenderla, mostrate, conversando con lui, uno spirito di estrema gentilezza
e di buona volontà. Aiutatelo a vedere, a ravvisare la verità senza sentirvi
per nulla superiori a lui o dotati di maggior talento».[12] Forte
dell’avvertimento che ‘ Abdu’l-Bahá indirizzò ai bahá’í occidentali sul rischio
di «prove intellettuali» alle quali, specie all’interno dei circoli accademici,
essi sarebbero stati soggetti, la Casa Universale di Giustizia ha richiamato
l’attenzione sul pericolo dell’orgoglio intellettuale che un studioso bahá’í,
esposto agli influssi di tale contesto di pensiero, deve combattere dentro di
sé.[13].
Il prestigio e la popolarità che gli studiosi potrebbero conquistarsi nei
ranghi dei credenti moltiplica anche la loro responsabilità nel contribuire a
creare e nel mantenere, sforzandosi di esprimersi con cortesia, moderazione e
saggezza, un clima di tolleranza e di unità all’interno della comunità bahá’í,
che conquisti visibilmente i cuori e le menti attraendoli verso le gioie dello
studio e, nello stesso tempo, incoraggi nei fatti un approfondimento sereno e
serio delle implicazioni della Rivelazione bahá’í per i migliori interessi
dell’umanità. Una
conferma decisiva e, contemporaneamente, indiscutibilmente oggettiva
dell’efficacia spirituale dell’attività di ricerca dello studioso deriva
dall’esigenza di mettere in pratica, direttamente e personalmente, in base agli
Scritti, i principi e le conoscenze acquisite attraverso la propria attività di
studio. È, infatti, da ciò soltanto, non già da una esteriore ed effimera «fama»
di ricercatore, che scaturisce la «credibilità» morale dello studioso bahá’í
verso se stesso e verso la comunità in cui opera: «Rispettate i teologi e i sapienti fra voi, coloro il cui comportamento è
in armonia con quello che professano»,[14] «Siano i vostri atti una guida per l’umanità intera,
poiché il comportamento della maggior parte degli uomini, potenti o umili,
differisce da ciò che essi dicono di professare»[15] «Il male continua ad essere nel mondo
appunto perché dei propri ideali si parla soltanto, senza mai fare uno sforzo
per attuarli. Se le azioni sostituissero le parole, la miseria del mondo si
muterebbe assai presto in benessere».[16]
Scrive in modo inequivocabile la Casa Universale di Giustizia: «I grandi
progressi di conoscenza e comprensione nel vitale campo della cultura bahá’í potranno
essere compiuti da coloro che, mentre sono ben versati nelle specifiche
discipline aderendo ai principi di ricerca, sono anche profondamente permeate
dall’amore per la Fede e determinati a crescere nella comprensione dei suoi insegnamenti
».[17] Uno dei compiti non facili dei singoli
studiosi e delle Associazioni per gli studi bahá’í dovrà essere quello di riuscire a «volgarizzare» il sapere a
vantaggio della comunità, individuando il giusto punto di equilibrio fra uno
standard dei propri studi che rispetti il fondamentale criterio bahá’í della «eccellenza in ogni cosa» senza
tuttavia perdere di vista la fruibilità e la dimensione socializzante del
sapere stesso da parte della maggioranza dei credenti, anche mediante un’adeguata
semplificazione del linguaggio e dei concetti. La comunità bahá’í d’Italia può davvero essere
orgogliosa di avere avuto tra le sue fila uno studioso di fama internazionale
come Alessandro Bausani, il quale – come notava nel 1991 l’Assemblea Spirituale
Nazionale dei Bahá’í d’Italia nella
introduzione ad una raccolta postuma di suoi saggi sulla Fede –, esprimendosi «con
il linguaggio del migliore intellettuale occidentale, con lo stile disincantato
dei più grandi moderni esponenti della millenaria cultura europea», sposò la
sua «inesauribile curiosità intellettuale» ad una «indole portata all’appianamento delle divergenze».[18] Inoltre, come attestano i suoi stimolanti
articoli pubblicati sulla rivista Opinioni Bahá’í per moltissimi anni,
ebbe la ammirevole capacità di saper rendere in termini lucidi, comprensibili
eppure mai banalizzanti numerosi concetti complessi che egli, da illustre
cultore di islamistica, aveva presentato su riviste specializzate per gli
accademici esperti in quel settore di studi. Finché
i magazzini delle Case editrici rimarranno zeppi di volumi non letti, finché
una rivista dignitosa come Opinioni Bahá’í conterà un numero insufficiente di abbonati e di
lettori, e solo gli scaffali di poche librerie ospiteranno i testi bahá’í, gli studiosi e le Associazioni per
gli studi bahá’í avranno
l’impellente dovere di cogliere e di interpretare, con l’intento di contribuire
a porvi rimedio, il disagio della comunità che tali fatti denunciano. Tutto ciò
senza mai rinunciare alla amorosa «follia» – comune al mistico e allo studioso
– della ricerca, da intraprendere e condurre, insieme, con completo ardimento e
piena devozione, incurante della diffidenza con cui la comunità talvolta
osserva lo studioso. Bausani, con la sua auto-ironia ricca di metodo per chi
voglia avviarsi agli studi bahá’í,
affermava, armato del coraggio del ricercatore che si fa scudo della fedeltà al
Patto di Dio, in una lettera al proprio genitore, che non bisognava «odiare gli
eretici perché è eresia solamente il non vivere di spirito ma di lettera . . . Così
idee, teorie, eresie e ortodossie ci sono state, sono sorte e cadranno anche le
più venerande, perché nulla può resistere davanti a Dio e solo la sua parola
rimane in eterno».[19]
[1] Bahá’u’lláh, Spigolature, 2ª ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Ariccia, 2002), p. 140, n. lxx, par. 2. [2] A nome di Shoghi Effendi, 21 ottobre 1943, a un credente, citato in Approfondimento. Centri di Studio Bahá’í. Compilazioni della Casa Universale di Giustizia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1985), p. 59. [3] Bahá’u’lláh, Spigolature, 2ª ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Ariccia, 2002), p. 280, n. cxxvi, par. 2. [4] Bahá’u’lláh, Tavole di Bahá’u’lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1981), p. 56. [5] Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1980), p. 49. [6] «A Statement on the Encouragement of Bahá’í Scholarship, Issued by the International Teaching Centre on 9 August 1984», in Bahá’í Studies Review (Association for Bahá’í Studies of English-Speaking Europe, Londra, 1994), vol. 3, n. 2 (1994), p. 29-37. [7] a nome della Casa Universale di Giustizia, 18 luglio 1979, a un credente, citato in La cultura. Compilazione della Casa Universale di Giustizia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1999), p. 42. [8] A nome di Shoghi Effendi, 30 settembre 1949, a un credente, citato in Approfondimento. Centri di Studio Bahá’í. Compilazioni della Casa Universale di Giustizia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1985), p. 65. [9] Bahá’u’lláh, Tavole, p. 31. [10] ‘Abdu’l-Bahá, citato in Approfondimento, p. 31. [11] ‘Abdu’l-Bahá, The Promulgation of Universal Peace: Discourses by ‘Abdu’l-Bahà during His Visit to the United States in 1912 (Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, Illinois, 1982), p. 222. [12] Bahá’u’lláh, Spigolature, 2ª ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Ariccia, 2002) p. 7, n. v, n. 3. [13] a nome della Casa Universale di Giustizia, 27 marzo 1983, a un credente, citato in Cultura, p. 43. [14] Bahá’u’lláh, Spigolature, 2ª ed. riv. (Casa Editrice Bahá’í, Ariccia, 2002), p. 132, n. lxvi, par. 9. [15] ibidem, p. 315, n. cxxxix, par. 8. [16] ‘Abdu’l-Bahá, La saggezza di ‘Abdu’l-Bahá: Raccolta dei discorsi tenuti da ‘Abdu’l-Bahá a Parigi nel 1911 e a Londra nel 1912-1913 (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1976), p. 13. [17] a nome della Casa Universale di Giustizia, 27 marzo 1983, a un credente, citato in Cultura, p. 43-4. [18] L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia, «Introduzione», in Alessandro Bausani, Saggi sulla Fede Baha’i (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1991), pp. 3-4. [19] Per alcuni brani di questa lettera, del 1949, cfr. Alessandro Bausani, Saggi, p. 12-3. |